giovedì 29 aprile 2010

Agora: versetti della lettera di Paolo sulle donne

Ho notato che ci sono persone che cercano il riferimento per i versetti letti nel film Agora. In una delle scene finali del film, Cirillo di Alessandria riunisce a messa i principali funzionari imperiali della città, tra cui Oreste, il praefectus augustalis e suo avversario. Poi legge loro queste parole, dalla Prima lettera a Timoteo (capitolo 2):
9 Allo stesso modo, le donne si vestano in modo decoroso, con pudore e modestia: non di trecce e d'oro o di perle o di vesti lussuose, 10 ma di opere buone, come si addice a donne che fanno professione di pietà. 11 La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. 12 Poiché non permetto alla donna d'insegnare, né di usare autorità sul marito, ma stia in silenzio.
La citazione di Cirillo, nell'intento del regista, è chiara: Oreste deve rinunciare ai consigli di Ipazia, una donna, e sottomettersi all'autorità della Chiesa.

Per onestà devo sottolineare il fatto che la Prima lettera a Timoteo, come le altre due lettere pastorali (la Seconda lettera a Timoteo e la Lettera a Tito), sono considerate pseudoepigrafe dalla moderna critica biblica: vale a dire che qualcuno che non era Paolo le ha scritte fingendo di essere l'apostolo per rendere più autorevoli le proprie parole.

Ma per affermare che Paolo avesse una visione misogina non c'è bisogno di appellarsi alla Prima lettera a Timoteo, anche se questa formulazione è molto chiara. Nella Prima lettera ai Corinzi, lettera considerata quasi unanimemente autentica, Paolo scrive infatti (capitolo 11):
1 Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo. 2 Ora vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa, e conservate le mie istruzioni come ve le ho trasmesse.

3 Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l'uomo, e che il capo di Cristo è Dio. 4 Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo; 5 ma ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa. 6 Perché se la donna non ha il capo coperto, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se per una donna è cosa vergognosa farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. 7 Poiché, quanto all'uomo, egli non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell'uomo; 8 perché l'uomo non viene dalla donna, ma la donna dall'uomo; 9 e l'uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. 10 Perciò la donna deve, a causa degli angeli, avere sul capo un segno di autorità. 11 D'altronde, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo senza la donna. 12 Infatti, come la donna viene dall'uomo, così anche l'uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio. 13 Giudicate voi stessi: è decoroso che una donna preghi Dio senza avere il capo coperto? 14 Non vi insegna la stessa natura che se l'uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? 15 Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore; perché la chioma le è data come ornamento.
Aggiunge poi, al capitolo 14:
34 Come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come dice anche la legge. 35 Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i loro mariti a casa; perché è vergognoso per una donna parlare in assemblea.
Ancora una volta, è stato proposto che i versetti 14,34-35 siano un'interpolazione successiva.

Ma che siano autentici o no, non importa: come ha detto l'autore di un blog cattolico, "comunque sono entrati nella definizione di Chiesa"; cioè, rielaborando, che questi versetti siano di Paolo o meno, sono stati considerati autentici e ispirati e hanno contribuito a formare la visione della donna all'interno della Chiesa e del mondo occidentale.

I brani del Nuovo Testamento sono nella traduzione della Nuova Riveduta.

mercoledì 28 aprile 2010

Identificata la terra di Punt

Un gruppo di ricerca dell'Università di California Santa Cruz, guidato dal professor Nathaniel Dominy, ha scoperto la posizione della mitica terra di Punt.

Punt fu a lungo un legame commerciale dell'Antico Egitto, ma malgrado le numerose testimonianze di questi traffici, non era stato possibile identificarne la posizione.

Dominy e il suo gruppo hanno analizzato le mummie egiziane di babbuini provenienti da Punt e hanno scoperto che sono compatibili con i babbuini eritrei.

La notizia è ottimamente riassunta da Judith Weingarten nel post «Eti, the Eritrean Queen of Punt?».

lunedì 26 aprile 2010

Ipazia e il diabolico Cammilleri

Rino Cammilleri è un apologeta. La sua missione è dunque quella di difendere la fede cristiana dimostrandone la razionalità, l'effettiva origine "rivelata" e divina. Per raggiungere il proprio scopo, un apologeta deve trovare argomentazioni razionali, non può ricorrere soltanto ad argomenti morali o religiosi.

Cammilleri è dunque un apologeta, e la sua apologetica non disdegna di assestare colpi decisi a quelli che considera nemici del Cristianesimo, con articoli pubblicati su Il Giornale, sul periodico di apologetica Il Timone e sul suo blog personale, «Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea». Sono sempre articoli sapidi e decisi, ma spesso Cammilleri incappa di errori, tanto più irritanti quanta maggiore è l'intransigenza e la protervia dell'autore.

Ma, come dice l'adagio, "errare è umano". Solo che l'adagio completa saggiamente "perseverare è diabolico". La saggezza antica, del resto, vorrebbe che si imparasse dai propri errori, quantomeno adottando una maggiore prudenza nel trattare temi coi quali ci si è già scottati.

Umano errare

Il 18 ottobre 2009, Cammilleri pubblica il post «Ipazia» sul suo blog. Siamo all'epoca della petizione per far uscire nelle sale italiane il film Agora, che narra della morte della scienziata e filosofa alessandrina Ipazia. Cammilleri si dimostra fedele al titolo del suo blog, "Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea" — dove per veleni si intendono tutte le argomentazioni che possono dar fastidio al Cristianesimo.

Il post inizia con la dichiarazione di intenti.
Poiché non pochi lettori mi avvisano dell’appello in circolazione circa un film su Ipazia, l’intellettuale pagana trucidata da un gruppo di cristiani verso il 415, ecco come andò la cosa
Cammilleri ha scoperto che alcune persone (schegge impazzite di "cultura contemporanea"?) hanno fatto circolare un appello riguardo la scienziata alessandrina uccisa dai cristiani nel 415, e vuole spiegare ai suoi lettori che le cose andarono diversamente. Del resto come potrebbe un apologeta ammettere le colpe della Chiesa? E questa questione di Ipazia sembra essere dannatamente seria, tanto che Cammilleri precisa:
(mi sono consultato, per vostra sicurezza, con Vittorio Messori).
Cammilleri sa bene com'è andata la storia di Ipazia, ma per la sicurezza dei suoi lettori, ha pensato bene di consultare un esperto in materia. Uno storico? No, un altro apologeta, anzi il capo degli apologeti, Vittorio Messori (a chi fosse interessato alle disavventure apologetiche di Messori, consiglio la serie di post su Zola).

Cammilleri spiega che la morte di Ipazia non fu dovuta alla intolleranza religiosa, all'azione del "santo" e "dottore della Chiesa" Cirillo, vescovo di Alessandria, ma a motivi politici: alcuni cristiani fanatici ed eretici, i parabolani, sarebbero sfuggiti al controllo di Cirillo che cercava di tenerli a bada, e avrebbero ucciso barbaramente Ipazia, che era la favorita del prefetto Oreste. Per giustificare il vergognoso atto, Cammilleri butta nel calderone l'astio anti-bizantino degli egiziani con conseguente invasione araba. L'apologeta chiosa: «Cirillo seppe del linciaggio a cose fatte». E il caso è chiuso.

Ma è chiuso davvero? Il problema, come al solito, è costituito dalle fonti. Conta poco quello che pensa lo storico moderno, se non è sostenuto dalle fonti. Ancor meno conta quello che pensa un apologeta, che per definizione deve dimostrare l'innocenza dei cristiani e del Cristianesimo, non ricostruire la realtà dei fatti.

Quindi Cammilleri deve basarsi su fonti antiche. Probabilmente quelle suggeritegli da Messori, ma sempre fonti antiche devono essere. E quale sarebbe la fonte di Messori? Ce lo dice lui stesso all'inizio del post:
Racconta Eusebio di Cesarea che Ipazia non fu uccisa per ordine di s. Cirillo di Alessandria né per motivi religiosi bensì politici.
Eusebio di Cesarea? Eusebio di Cesarea, storico della Chiesa, morì nel 340. Vale a dire 75 anni prima della morte di Ipazia. Sarebbero queste le fonti di Cammilleri e Messori?

Ma l'errore di Cammilleri non si riduce a questo. Non ripeto tutto quello che ho scritto altrove, ma i parabolani non erano eretici (erano la guardia personale di Cirillo), non erano sfuggiti al suo controllo (egli li utilizzava come gruppo di pressione fisica sui suoi nemici, cristiani novaziani ed Ebrei), Ipazia non era la favorita di Oreste (ma una sua consigliera), infine, la popolazione di Alessandria non era ostile a Oreste (furono gli alessandrini a salvarlo quando i parabolani cercarono di ucciderlo).

Quattro giorni dopo il primo post, Cammilleri ne scrive un secondo, «Ipazia-bis», in cui ammette l'errore di Eusebio, causato dall'aver scritto il testo "frettolosamente" e a "memoria", ma senza spiegare quale sarebbe la fonte della sua ricostruzione. Come fanno gli apologeti, Cammilleri ammette solo l'inevitabile, ma non si degna di fornire le fonti né ammette di aver sbagliato in toto, anzi, attacca anche quelli che si sono permessi di fargli notare lo strafalcione.

Strafalcione che, come l'erba maligna, si è propagato tra altri apologeti (come nel caso del post di Roberto Manfredini), mentre l'ammissione di errore di Cammilleri è rimasto limitato al suo blog.

Diabolico perseverare

Sei mesi dopo l'infelice post, Cammilleri si trova a scrivere sullo stesso tema per Il Giornale. Si spererebbe che abbia imparato dai suoi errori, ma già il titolo dell'articolo «Ipazia la "martire" usata come clava contro i cristiani. In barba alla storia», non fa sperare in nulla di buono.

Cammilleri ricorda che sia Alejandro Amenábar, regista di Agora, che Ridley Scott, regista di Le crociate, abbiano voluto girare due film di denuncia del fanatismo e dell'intolleranza religiosa, ma si lamenta del fatto che i due registi abbiano scelto due episodi della storia "nera" del Cristianesimo (la morte di Ipazia e le crociate). Per Cammilleri non avrebbero dovuto rivangare «cose avvenute mille e rotti anni fa»; per l'apologeta, infatti non sono i musulmani e la scienza ad essere minacciati oggi, ma il Cristianesimo stesso. E per questa ragione Amenábar e Scott hanno fatto scelto male il loro obiettivo: i cattivi oggi sono i musulmani.

Il ragionamento di Cammilleri è però sbagliato. Se Scott e Amenábar avessero fatto due film sulla condizione femminile nell'Islam o sul terrorismo islamico, questi sarebbero stati inevitabilmente letti come critiche al fondamentalismo islamico e alla visione oscurantista dell'Islam.

Non che ci sia nulla di male in questo, sia chiaro. Anzi, dovremmo ricordarci più spesso che l'Islam e tutte le altre religioni possono e devono essere criticate per le loro posizioni oscurantiste e prevaricatrici. Spesso tendiamo a concedere alla religione un'intoccabilità cui non ha diritto.

Ma Scott e Amenábar non intendevano criticare solo il fondamentalismo islamico, bensì tutti i fondamentalismi, di ogni epoca e religione. Compreso il fondamentalismo cristiano, che infatti scelgono come esempio (anche se in Agora né i pagani né gli Ebrei fanno una bella figura, anzi, si mostrano tutti intolleranti). E questo non perché i cristiani siano più antipatici dei musulmani, ma perché il Cristianesimo fa parte della cultura occidentale, della nostra cultura.

Se Amenábar e Scott avessero scelto di girare film sul fondamentalismo islamico, avrebbero dato allo spettatore l'impressione di essere scagionato, a pensare che l'intolleranza e il fondamentalismo non siano problemi di noi tutti, ma solo di una parte. Se i cattivi sono i musulmani e i buoni i cristiani, noi che ci immedesimiamo nei secondi siamo scagionati dalle accuse.

Invece il film di Amenábar è riuscito nel suo intento. Alla fine della proiezione, le persone sono uscite dalla sala sentendosi in disagio rispetto a quello che avevano visto sullo schermo. Da una parte la riprovazione per la violenza e l'ingiustizia, dall'altra la sensazione di essere in qualche modo colpevoli per quella violenza e quell'ingiustizia, in quanto i violenti e gli ingiusti, nella storia raccontata dal film, sono anche i cristiani.

Ma torniamo all'articolo di Cammilleri, che prosegue con un pistolotto sul fatto che la storia di Ipazia è stata rivangata solo dall'Illuminismo in poi. Il pistolotto merita solo l'annotazione di passaggio che prima dell'Illuminismo la cultura era controllata da argomentazioni religiose, e che merito dell'Illuminismo è stato quello di usare un nuovo metro per vedere il mondo: il lume della ragione, appunto. Quindi, che prima dell'Illuminismo Ipazia non fosse ricordata dai discendenti culturali dei suoi carnefici non pare una rivelazione sconvolgente.

Cammilleri deve poi smontare la fama di scienziata di Ipazia:
Scienziata? Suo padre, Teone, si dava da fare coi misteri ermetici e orfici. Lei era neoplatonica e la sua «scuola» era in realtà un cenacolo ristretto in cui si insegnavano «misteri» da non divulgare ai «profani» (infatti, non rimane alcuna sua opera, quel poco che si sa lo si deve ai discepoli). Come neoplatonica era molto vicina al cristianesimo di cui apprezzava le virtù stoiche, tant’è che Sinesio di Cirene, suo alunno e ammiratore, finì vescovo.
Qui Cammilleri ricade diabolicamente nei soliti errori. Deve denigrare Ipazia, perché solo così può sminuire la tragicità della sua sorte.

Teone di Alessandria, padre di Ipazia, non fu solo un filosofo, ma anche un matematico, collegato alla gestione della Biblioteca di Alessandria. Fu autore di commenti all'Almagesto e alle Tavole manuali di Tolomeo e alle poesie scientifiche di Arato; produsse anche un'edizione commentata degli Elementi di Euclide che è la versione che si è conservata fino ad oggi.

Per quanto riguarda Ipazia, lo scrittore cristiano Socrate Scolastico afferma che «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico». Damascio aggiunge che «la donna [Ipazia], gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo». Dunque niente «"misteri" da non divulgare ai "profani"», come dice Cammilleri, ma una disponibilità a diffondere il sapere esemplificata da quella Biblioteca che furono i cristiani a distruggere, non Ipazia.

Oltre che filosofa, però, Ipazia fu scienziata, e Cammilleri dimentica questo aspetto. Ipaza, infatti, scrisse un commento all'Aritmetica di Diofanto, uno alle Coniche di Apollonio e curò l'edizione paterna degli Elementi oltre a produrne una propria dell'Almagesto. Inventò anche il densimetro e un modello di astrolabio. Non male per la scienza ellenistica dell'epoca.

Sulla simpatia di Ipazia verso il Cristianesimo Cammilleri non fornisce alcuna fonte (come del resto fa per tutto l'articolo), dunque non ho potuto verificare questa notizia. Resta il fatto che l'esistenza di un suo discepolo cristiano dimostra l'interesse dei cristiani verso la filosofia insegnata da Ipazia, non il contrario.

Cammilleri ripete poi il solito discorso: Ipazia morì a causa di un contrasto politico.
Suo [di Cirillo] antagonista politico era il governatore (cristiano) Oreste, il quale, da buon funzionario bizantino e, dunque, cesaropapista, riteneva che la Chiesa dovesse essere sottomessa alla Stato. Il contrasto (ripetiamo: politico) tra i due aveva creato in città partiti contrapposti, fazioni politiche che nell’età bizantina erano la regola.
Ancora una volta Cammilleri mescola le carte per poter giustificare il comportamento di Cirillo; questa volta l'odio degli Egiziani per i Bizantini non c'entra, la colpa è proprio di Oreste che era cesaropapista e voleva sottomettere la Chiesa.

Peccato che il cesaropapismo nasca circa un secolo dopo questi fatti. All'epoca della morte di Ipazia era Imperatore romano d'Oriente Teodosio II, il quale però era minorenne e sotto la tutela della sorella Pulcheria, una cristiana tanto devota da essere stata proclamata santa.

Peccato che fosse Cirillo ad avocare a sé i poteri che spettavano alle cariche civili, come detto dal cristiano Socrate Scolastico. Dunque neppure questa scusa è valida.

Infine, Cammilleri insiste a presentare i parabolani come un gruppo di cristiani fuori dal controllo di Cirillo:
Nel partito favorevole a Cirillo c’era un gruppo che il santo a stento riusciva a tenere a bada, i famigerati «parabolani»
Certo, almeno questa volta il nostro apologeta non afferma che erano eretici, e questo è un passo avanti. Ma raccontare che i parabolani erano una sorta di guardia personale del vescovo di Alessandria sarebbe stato problematico per la linea eretta da Cammilleri in difesa di Cirillo, e infatti si è scordato di informare i suoi lettori di questo fatto.

Forse perché un santo e dottore della Chiesa intollerante e violento è una brutta bestia per un apologeta?

Per altri post sull'argomento Ipazia, si veda il relativo tag.

«Picchiare le donne fa parte della libertà religiosa»

«Frauen schlagen gehört unter die Glaubensfreiheit»
Cioè, in tedesco,
«picchiare le donne fa parte della libertà religiosa»

Lo ha affermato durante una trasmissione della televisione svizzera Nicolas Blancho, convertito all'Islam e presidente del "Consiglio centrale islamico svizzero". Il quale ha aggiunto
Non devo fornire nessuna giustificazione perché non ho commesso nessun reato. Ognuno è libero di credere a quello che vuole, purché si rispetti la legge.
Caro signor Blancho, spero che in Svizzera, come in Italia, la legge punisca l'apologia di reato e che lei passi un po' di tempo nelle accoglienti carceri svizzere.

Detto questo, mi piacerebbe che nella sua testolina barbuta entrasse il concetto che la sua libertà di religione termina dove inizia la libertà di ogni donna a non essere picchiata da nessuno.

E, se potessi chiedere ancora un'altra cosa, mi piacerebbe che lei cogliesse l'ironia del fatto che lei si appelli ad un diritto, quello di religione, che è assolutamente incompatibile con la sua religione, per la quale gli apostati vanno puniti con la morte.

Mediti, signor Blancho.

Grazie a Marcoz per la segnalazione di questa mostruosità.

venerdì 23 aprile 2010

South Park e il diritto di criticare

Rivoluzione Musulmana vs. South Park

Secondo Wikipedia, Revolution Muslim è:
un'organizzazione e un movimento islamico radicale con sede a New York che sostiene la formazione di uno stato islamico, il terrorismo sia negli Stati Uniti che nei paesi democratici di tutto il mondo, la rimozione degli attuali governanti dei paesi musulmani, la distruzione di Israele, e la fine di quello che loro considerano "imperialismo occidentale".
Il movimento è diventato improvvisamente famoso perché uno dei suoi capi, Abu Talhah al Amrikee, ha scritto un post sul sito RevolutionMuslim.com, in cui minaccia i creatori del cartone animato South Park, Trey Parker e Matt Stone, per aver raffigurato Maometto col costume di un orso.

Il post di Amrikee inizia con una foto del cadavere di Theo Van Gogh. Van Gogh era un regista e un giornalista olandese, autore del cortometraggio Submission, che denuncia la violenza sulle donne nelle società musulmane. Dopo aver ricevuto una serie di minacce di morte, il 2 novembre 2004 Van Gogh fu stato brutalmente assassinato. Mohammed Bouyeri, legato al gruppo terroristico Hofstad, uccise Van Gogh con otto colpi di pistola, gli tagliò la gola, lo decapitò e lo pugnalò, lasciando un volantino con minacce al co-autore di Van Gogh.

Dopo aver annunciato la messa in onda della puntata incriminata, Amrikee pubblica nel proprio post informazioni sulla residenza dei due registi di South Park, indicando dove possono essere trovati. Poi Amrikee "avverte" Parker e Stone, con stile che ricorda gli avvertimenti mafiosi:
Dobbiamo avvertire Matt e Trey che ciò che stanno facendo è stupido e che probabilmente finiranno come Theo Van Gogh per aver mandato in onda questa puntata. Questa non è una minaccia, ma un avvertimento sulla realtà di ciò che probabilmente accadrà loro.
A seguito delle minacce, Comedy Central (l'emittente di South Park) ha deciso di censurare l'episodio, cosa che a Parker e Stone non è andata giù.

Ritorno al Medioevo?

Amrikee e Revolution Muslim vogliono, anzi pretendono, che tutto il mondo rispetti i precetti musulmani. Pretendono che chiunque — musulmani, scettici, cristiani, ebrei, eccetera — limitino la propria libertà di espressione perché la loro religione non permette la raffigurazione del loro "Profeta".

Bouyeri e gli altri estremisti islamici sono disposti ad uccidere affinché nessuno critichi la loro religione, anche solo per dire che il loro libro ispirato, il Corano, approva la violenza sulle donne (Corano 4:34):
Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele.
Amrikee e Revolution Muslim pretendono che si rinunci a tutto il sapere che essi ritengono incompatibile col loro libro "ispirato". Non è un caso che il post precedente a quello di minacce nei confronti degli autori di South Park fosse un attacco alla teoria dell'evoluzione.

Comedy Central, infine, ritiene che sia giusto chinare il capo di fronte a queste minacce e a queste violenze. Che i violenti e gli intolleranti abbiano diritto di dettare agli altri cosa dire, cosa pensare, cosa credere.

Lottare per i propri diritti

Io, invece, ritengo che Bouyeri sia un criminale e che Amrikee sia un intollerante e un violento. E che il primo debba restare in carcere, dove dovrebbe essere raggiunto dal secondo.

Credo che tutti abbiano il diritto di parola, e che questo diritto di parola include anche il diritto a criticare le posizioni altrui. Si, anche le credenze religiose altrui.

Credo che questo diritto di critica sia inalienabile e prezioso anche quando le critiche sono sbagliate. Dunque credo che sia ancor più inalienabile e prezioso quando queste critiche sono rivolte ad una visione oscurantista della società, retaggio di un mondo medioevale e oscuro.

Credo anche che si debba lottare per i propri diritti. Che ci sono troppe persone in giro per il mondo che vogliono toglierceli, che sono disposte ad uccidere coloro che esercitano i propri diritti, che pretendono di imporre la propria visione con la violenza. Che chinare il capo come ha fatto Comedy Central sia una vergogna, che ricade in primis su di loro, ma anche su tutti coloro che non ne denunciano l'idiozia.

Infine, credo che sia ora di smettere di riconoscere alle religioni, a tutte le religioni, un rispetto speciale e tacito, tale da imporre il silenzio di fronte alle loro oscenità. Che si accettino comportamenti, prevaricazioni, intrusioni, violenze fisiche e psichiche, solo perché chi li mette in atto afferma che siano compatibili con una sua credenza intima, che chiama religione.

La morale ebraico-cristiana sull'omosessualità

Levitico, 20:13 (traduzione CEI):
Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.
Senza commenti.

mercoledì 21 aprile 2010

L'Origine delle (argomentazioni) speciose


Esce oggi in Italia per la Feltrinelli il controverso libro Gli errori di Darwin, del filosofo e cognitivista Jerry Fodor e del cognitivista Massimo Piattelli-Palmarini.

Il titolo scelto fa intuire come questo libro diventerà il cavallo di battaglia di quella schiera di oscurantisti che, in nome della religione (con eccezioni più uniche che rare), combattono l'idea stessa di evoluzione. L'arrivo di questo libro ha causato infatti un grande fermento in quel sottobosco di cattolicisti italiani che sono disposti a negare una teoria scientifica così forte come quella dell'evoluzione, pur di rimuovere quello che percepiscono come un ostacolo alla loro visione religiosa del mondo.

Già da giorni sono comparsi su Internet commenti trionfalistici da parte dei denigratori della teoria dell'evoluzione, creazionisti in primis, secondo i quali questo libro smonterebbe il fondamento scientifico del Darwinismo.

Ma è vero? Fodor e Piattelli-Palmarini, nessuno dei quali è creazionista (anzi, sono atei), demoliscono realmente il Darwinismo? Per scoprirlo bisogna andare a leggere cosa i due autori dicono nell'articolo «Survival of the fittest theory: Darwinism's limits», pubblicato su New Scientist il 3 febbraio di quest'anno, in cui presentano il contenuto del loro libro, e le reazioni della comunità scientifica alle loro opinioni.

Come funziona l'evoluzione?

Ecco come Fodor e Piattelli-Palmarini descrivono la teoria dell'evoluzione (che loro definiscono "neo-Darwinismo"). Innanzitutto spiegano la variabilità casuale dei genotipi, cioè dei corredi genetici dei singoli individui, e quella conseguente dei fenotipi, i corpi dei singoli individui intesi come espressione dei rispettivi genotipi:
Ecco come dovrebbe funzionare la selezione naturale. Ciascuna generazione contribuisce con una copia imperfetta del proprio genotipo - e dunque del proprio fenotipo - al proprio successore. Il neo-Darwinismo suggerisce che queste imperfezioni sono originate principalmente da mutazioni nei genomi dei membri della specie in questione.

Ciò che è importante è che le alterazioni del fenotipo che il meccanismo di trasmissione dei tratti produce sono casuali. Supponiamo, per esempio, che una particolare caratteristica di colorazione faccia parte del fenotipo di una particolare specie, e che i membri dell'i-esima generazione di quella specie siano marrone-rossiccio. Supponiamo anche che i meccanismi che copiano fenotipi da ciascuna generazione alla successiva siano "imperfetti" nel senso spiegato qui sopra. Allora, a parità di altre condizioni, la colorazione dell'i+1-esima generazione formerà una distribuzione casuale attorno alla colorazione media della generazione precedente: la maggior parte dei discendenti saranno più o meno simili ai loro genitori, ma alcuni saranno più rossi che marroni, e alcuni più marroni che rossi.
Poi passano a spiegare la selezione naturale:
Questa supposizione spiega la variazione casuale col tempo dei tratti fenotipici, ma non spiega perché i tratti fenotipici evolvano. Dunque assumiamo anche che, nell'ambiente abitato dalla specie, i membri con colorazione marrone siano più "adatti" che quelli con colorazione rossiccia, a parità di altre condizioni. [...]

Da una certa quantità di ragionamento concettuale e matematico deriva che, a parità di altre condizioni, l'adattamento [fitness] dei fenotipi della specie aumenterà, in generale, col tempo, e che i fenotipi di ciascuna generazione somiglieranno ai fenotipi dei suoi predecessori vicini più di quanto non somiglieranno ai fenotipi dei loro precedessori lontani.
Successivamente gli autori riconoscono che i casi in cui l'aumento dell'adattamento di una specie all'ambiente non cresce non confutano la teoria: si tratta di casi in cui il requisito «a parità di altre condizioni» non è verificato.

Critiche al Darwinismo

Quali sono le critiche di Fodor e di Piattelli-Palmarini alla teoria dell'evoluzione?
Nel nostro libro, sosteniamo in dettaglio che [...] la formulazione dell'evoluzione di Darwin [...] sovrastima il contributo dell'ambiente nel dare forma al fenotipo di una specie e sottostima corrispondentemente gli effetti delle variabili interne. Per Darwin, l'unico contributo degli organismi alla determinazione di come i fenotipi della generazione successiva differiscono dai fenotipi della generazione genitrice è la variazione casuale. Tutte le variabili non casuali vengono dall'ambiente.

Si supponga, invece, che Darwin abbia sbagliato su questo e che vari fattori interni siano responsabili per i dati. Se fosse così, vi sarebbe inevitabilmente meno da fare per il filtraggio dell'ambiente.

[...] Nel nostro libro presentiamo un'ampia e varia panoramica dei vincoli non-ambientali alla trasmissione dei tratti. Questi includono vincoli imposti "dal basso" dalla fisica e dalla chimica, vale a dire, dalle interazioni molecolari in su, attraverso geni, cromosomi, cellule, tessuti e organismi. E vincoli imposti dall'"alto" da principi universali di forma fenotipica e auto-organizzazione — cioè attraverso i vincoli della minima energia, del percorso più breve, dell'impacchettamento ottimale e così via, giù fino alla morfologia e alla struttura degli organismo.
Fanno poi un esempio:
Si consideri il seguente caso: i tratti t1 e t2 sono collegati internamente in maniera tale che se una creatura ne possiede uno, li possiede entrambi. Ora, il fondamento della selezione naturale è l'affermazione che i tratti fenotipici sono selezionati per la loro adattabilità, cioè per il loro effetto sulla capacità [fitness]. Ma è chiaramente possibile che uno dei due tratti collegati sia adattabile ma l'altro no; avere uno di loro influisce sulla capacità [fitness], ma avere l'altro no. Così uno è selezionato e l'altro riceve un "passaggio gratis".

Dobbiamo sottolineare che che ogni caso come questo (e noi sosteniamo nel nostro libro che i passaggi gratis sono onnipresenti) è un controesempio della selezione naturale. I passaggi gratis dimostrano che l'affermazione generica che i tratti fenotipici sono selezionati per i loro effetti sulle capacità [fitness]; il resto sono selezionati per... beh, per ragioni completamente differenti, o forse per nessuna ragione.
Fodor e Piattelli-Palmarini riassumono così la loro critica:
Una conclusione importante del nostro libro è che, quando i tratti fenotipici sono collegati internamente, non c'è modo che la selezione possa distinguere tra di loro: la selezione di uno selezione l'altro, a prescindere dai loro effetti sulla capacità [fitness].
E' chiaro che Fodor e Piattelli-Palmarini non negano l'esistenza dell'evoluzione, né sostengono l'impossibilità che essa funzioni attraverso vincoli "meccanicistici". Semplicemente sostengono che il ruolo di selezione dei tratti non sia svolto dall'ambiente, ma da vincoli di altro tipo, fisico/chimici e strutturali.

Nella spiegazione dell'evoluzione non c'è dunque spazio per creatori, demiurghi o "progettisti intelligenti", neppure nella versione di Fodor e Piattelli-Palmarini.

Jerry Fodor
"Tendenze imperialistiche" della selezione naturale

L'ultimo brano dell'articolo getta luce sulle motivazioni degli autori. Naturalmente queste motivazioni personali non modificano il giudizio scientifico sulla loro opera, ma credo siano interessanti lo stesso.

Fodor e Piattelli-Palmarini affermano che la selezione naturale ha mostrato «insidiose tendenze imperialistiche». Cosa intendono con questa frase? Si riferiscono alla propagazione del principio della selezione naturale dall'ambito della biologia ad altre discipline. Secondo gli autori, nell'ambito di «filosofia, psicologia, antropologia, sociologia, e persino estetica e teologia» si sono diffuse spiegazioni a posteriori modellate sul ruolo della selezione naturale nell'evoluzione.

In queste discipline, secondo Fodor e Piattelli-Palmarini, il fascino della selezione naturale si è tramutata nella pratica di fornire spiegazioni a posteriori, basate sugli ipotetici vantaggi garantiti da tratti "fenotipici" in ipotetici "ambienti". Questo genere di approcci sparirebbe nelle altre discipline, se la selezione naturale scomparisse dalla biologia.

E questo sarebbe un risultato desiderabile, perché questi approcci hanno dimostrato di essere «non solo a posteriori, ma anche ad hoc, crudi, riduzionisti, scientisti piuttosto che scientifici, svergognatamente auto-celebrativi».

Lo scopo di Fodor e Piattelli-Palmarini è dunque quello di rimuovere la selezione naturale dalla biologia per rimuovere questi approcci dalle altre discipline: «è per questo che abbiamo scritto il nostro libro».

Jerry Coyne
Critiche alle critiche

Il libro di Fodor e Piattelli-Palmarini ha ricevuto un'accoglienza poco calorosa. Le ragioni sono che affianca errori marchiani ad errori più sottili.

L'errore marchiano, che chiunque abbia un minimo di conoscenza dell'evoluzione, è affermare l'incoerenza della selezione naturale perché è possibile non sapere per quale tratto la selezione "seleziona". Se due tratti sono inscindibili, se possono esistere solo insieme e non indipendentemente, la selezione funzionerà come si trattasse di un unico tratto, con i vantaggi che sono il cumulo dei vantaggi dei due tratti e gli svantaggi che sono il cumulo dei loro svantaggi.

Ma vi sono errori più sottili, che diversi studiosi hanno fatto notare. Tra questi, il biologo Jerry Coyne, il filosofo Simon Blackburn, il filosofo della scienza Philip Kitcher, il filosofo della biologia Tim Lewens e il biologo Steven Rose (nel proseguo parlerò di Coyne, ma la risposta è stata stesa da tutti e cinque).

Coyne ha ribadito che la selezione naturale è viva e vegeta e «resta l'unica spiegazione possibile dell'apparente "progetto" degli organismi – il notevole adattamento tra loro e i loro ambienti e stili di vita – che una volta era attribuito al divino».

Ha individuato anche due fallacie nel ragionamento di Fodor e Piattelli-Palmarini.

La prima è che Fodor afferma l'impossibilità della selezione naturale perché la selezione non è un agente pensante e non può decidere quale tratto selezionare. E se non è possibile spiegare quale tratto è stato selezionato, allora non è stata la selezione naturale a selezionare. Coyne spiega che non c'è bisogno di introdurre un agente pensante, "Madre Natura", per attivare la selezione naturale. Se un tratto fornisce un vantaggio adattativo, questo sarà selezionato, in quanto si diffonderà tra la popolazione.

La seconda critica di Coyne a Fodor è che i vincoli di cui Fodor e Piattelli-Palmarini parlano esistono e sono ben noti già dai tempi di Darwin, ma non sono la forza primaria che manda avanti il processo di selezione. I vincoli fisico/chimici o strutturali possono spiegare per quale motivo, ad esempio, un occhio assume quella conformazione particolare, ma c'è bisogno della selezione naturale per far "emergere" l'occhio: senza di essa non vi sarebbe nulla su cui i vincoli fisico/strutturali potrebbero agire.

Della stessa opinione è il filosofo della scienza Michael Ruse, nella recensione «Origin of the Specious» (un gioco di parole sul titolo del libro di Darwin, Origin of the Species, che ho mutuato per questo post) sul The Boston Globe. Ruse afferma:
In risposta [alle argomentazioni di Fodor e Piattelli-Palmarini], si può solo dire che si tratta di incomprensioni della natura della scienza. Il Darwinismo non sostiene che il mondo sia stato progettato. Questo è quello che affermano quelli del Disegno intelligente. Il Darwinismo usa una metafora per comprendere il mondo non-pensante materiale. Trattiamo il mondo come fosse il prodotto di un progetto, perché fare ciò ha un tremendo valore euristico. E l'uso della metafora è comune nella scienza.

Allora perché queste discussioni? L'indizio è fornito alla fine, quando gli autori iniziano a citare come – esempi di terrificante Darwinismo – affermazioni che la natura umana potrebbe essere stata modellata dalla selezione naturale. All'inizio del libro, affermano orgogliosamente di essere atei. Forse è così. Ma il mio sospetto è che, come i cristiani, Fodor e Piattelli-Palmarini non reggano l'idea che gli esseri umani possano essere semplicemente degli organismi, non migliri del resto del mondo vivente. Dobbiamo essere speciali, superiori ad altri abitanti del Pianeta Terra. I cristiani dicono chiaramente di credere che gli esseri umani sono speciali e che spiegarli è al di là della portata della scienza. Avrei sperato che i nostri autori fossero stati un po' più chiari sul fatto che questa è anche la loro visione.
Altre critiche devastanti sono state avanzate sulla metodologia di indagine di Fodor e Piattelli-Palmarini da parte di filosofi come Ned Block e Philip Kitcher («Misunderstaning Darwin», Boston Review), Samir Okasha (Times Literary Supplement), Massimo Pigliucci («A misguided attack on evolution», Nature), che così difende l'onore italiano ;-)

Sostenitori di F&P-P

Naturalmente esistono anche reazioni positive al libro di Fodor e Piattelli-Palmarini, e non sarebbe corretto nasconderle. Il problema semmai sarebbe nasconderle, data l'autorevolezza dei sostenitori.

A "sbrodolare" per il libro di Fodor e Piattelli-Palmarini è, ad esempio, Suzan Manzur. Manzur è una giornalista che ha pubblicato un libro on-line in cui smaschera il complotto per celare la morente "industria dell'evoluzione", e che ha l'onore di essere citata nell'edizione italiana del libro di Fodor e Piattelli.

Un caloroso benvenuto ai due autori è stato formulato dalle principali menti dietro il Discovery Institute, un'organizzazione per la diffusione del Disegno intelligente, cioè del creazionismo travestito da scienza.

Infine, il libro è stato ampiamente celebrato dal think tank della destra italiana che è Il Foglio di Giuliano Ferrara.

Credo che soppesare i sostenitori e i detrattori di questa opera possa dare un'idea ben chiara del suo valore.

Lo spunto per questo post è stata la serie di articoli sull'argomento pubblicati da Jerry Coyne sul suo sito, Why Evolution Is True.

martedì 20 aprile 2010

La tomba d'oro di Padre Pio

La notizia è vecchia, ma le immagini sono impressionanti lo stesso.

Sotto la nuova chiesa di San Giovanni Rotondo è presente la cripta destinata a contenere le spoglie di Francesco Forgione, meglio noto come Padre Pio. L'intera tomba destinata al francescano è ricoperta d'oro:



Questo sfoggio di lusso pare incompatibile con un frate dell'ordine francescano. Francesco d'Assisi si rivolterebbe nella tomba a vedere immagini come queste:



Ora, vero che il portavoce dei cappuccini, Antonio Belpiede, ha affermato che tutto quello sbrilluccichìo è stato ottenuto con tre chili d'oro richiesti dall'artista, ma questo rende forse meno inopportuno lo sfarzo di questa tomba?

lunedì 19 aprile 2010

I medici obiettori e la RU486


L'obiezione di coscienza dei medici contro l'aborto è nata per dare la possibilità ai medici laureatisi prima dell'introduzione dell'aborto in Italia di continuare a lavorare nelle strutture pubbliche.

Con gli anni, però, questa esenzione temporanea è assurta a sabotaggio della legge sull'aborto. Visto che non si riesce a convincere il popolo italiano ad abolire la legge, i "poteri occulti" (li chiamo così per non scrivere sempre lo stesso nome) ha compreso di poter seguire un'altra strada. Per sabotare la legge basta impedire che sia applicata, e l'obiezione di coscienza è il grimaldello con cui scassinarla.

Basta infatti che negli ospedali vi siano alte percentuali di medici obiettori. La legge infatti impone che alcuni turni siano coperti da medici non obiettori. Se questi sono la minoranza, cosa che accade in tutte le regioni italiane, i pochi medici non obiettori dovranno coprire questi turni, ricevendone svantaggi per la carriera. Infatti i pochi non obiettori dovranno occuparsi primariamente di aborti, con grave danno per la propria carriera, mentre i medici obiettori, che non hanno alcuna penalizzazione per il loro rifiuto di fornire queste prestazioni, saranno ovviamente avvantaggiati. Si noti anche che, a differenza di altre situazioni di obiezione di coscienza, in questo caso gli obiettori non hanno alcuno svantaggio. Il rifiuto di compiere il proprio lavoro non comporta nessuna limitazione nella carriera, decurtazione dello stipendio, o altro svantaggio professionale.

Il risultato? Le donne che intendono abortire sono sottoposte a ingiuste vessazioni, come quelle raccontate da Monica Micheli su Gli Altri, nell'articolo «"Abortirai con dolore". Le mie 100 ore di strazio tra leggi e obiettori».

Trovo questo racconto agghiacciante. Credo che di fronte a questo periplo si debba alzare la voce, e affermare chiaramente che tra il diritto all'obiezione del medico e quello del cittadino a ricevere una prestazione cui ha diritto, debba prevalere il secondo. Se i due diritti sono incompatibili, la soluzione è quella di non assumere medici obiettori di coscienza: che vadano ad esercitare nelle strutture private.

Questa visione dell'obiezione di coscienza come strumento per disinnescare la legge sull'aborto, o quantomeno per indebolirne gli effetti, è la chiave di lettura per l'opposizione alla pillola RU486. Lo spiega Pietro Sansonetti nell'articolo «L'obiezione dei ginecologi è un privilegio pagato dalle donne», sempre da Gli Altri:
La pillola RU, rendendo assai più semplice e meno invasiva l’interruzione della gravidanza, e riducendo di dieci volte la necessità di impegno diretto dei medici, è come se riducesse di 10 volte l’impatto di potere degli obiettori sulla struttura ospedaliera. E liberasse i medici non obiettori da un bel pezzo del loro giogo. Per questo è vista come uno strumento di potere – cioè, di smantellamento del potere – pericolosissimo, per i medici obiettori, per i politici che li proteggono, per la Chiesa, per le idee antiabortiste.
L'aborto è un momento drammatico che non viene mai preso alla leggera. Mettere sotto pressione la donna che decide di procedere all'interruzione della gravidanza introducendo difficoltà pratiche in un percorso già difficile psicologicamente è un gesto disumano e meschino. Ben venga la pillola RU486, allora.

Questo post è stato ispirato dal post «Una minaccia per gli obiettori», di Giuseppe Regalzi, dal blog Bioetiche.

L'immagine è «obiezione di coscienza?», di Mihai Romanciuc.

domenica 18 aprile 2010

Demenza senile o criminalità congenita?

"La Piovra e Gomorra come enti di promozione della mafia nel mondo".

Parla lui, che ha iniziato fondando una trentina di società con soldi di provenienza ignota, che aveva un mafioso come stalliere e un amico fraterno condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

Evidentemente è esperto in materia.




In questo Paese milioni di pecore vogliono questo inqualificabile guitto a capo del governo.

Io sto con Saviano.

P.S. Giusto per confermare la mia fama di ateo arrabbiato con la Chiesa (ironia): ma a un tizio del genere si fa prendere pure la comunione?

Della caducità dei blog

Ammetto di essere un dilettante totale del mondo dei blog, ma non credevo che le piattaforme di blog fossero così instabili, che si "mangiassero" commenti e post.

A me è capitato che siano scomparsi diversi commenti all'articolo "La Sindone di Torino è un falso, ma molti ci vogliono credere lo stesso", per cui adesso la discussione è monca. Mi dispiace soprattutto perché a mancare sono commenti interessanti, invece che quelli pieni di livore e di scarso contenuto informativo, ma forse sono proprio i commenti più lunghi ad essere penalizzati.

Ad altri è capitato di peggio. A Roberto Manfredini è scomparso l'articolo su Ipazia di cui avevo parlato nel mio post "La seconda morte di Ipazia". E' un peccato, perché sebbene l'articolo di Manfredini fosse molto discutibile nei contenuti, l'autore si è dimostrato disponibile ad intavolare un confronto serio su diversi argomenti: uno scambio che a me è parso molto interessante, e che per il momento è disponibile solo nella cache di Google (di cui mi sono affrettato a salvare una copia). Tra l'altro Manfredini coglie l'occasione di questa scomparsa per un post in cui, dopo aver accusato di trollaggio un po' tutti indistintamente, ha annunciato il suo abbandono dei blog; peccato.

Esistono però casi in cui la scomparsa dei commenti è però troppo strana per essere totalmente casuale, troppo selettiva. Sul blog Dalla Ragione alla Fede, Aguado ha preso la brutta abitudine di cancellare o modificare i commenti, propri e altrui. E non stiamo parlando di spam. Il caso riguarda questo post.

Mi sono accorto di questo strano comportamento poco dopo il 10 aprile, quando Aguado cancella un proprio commento di risposta al mio. Non ho lo screenshot del suo commento cancellato, ma nell'immagine qui a fianco si può vedere come Aguado non si sia accorto di essersi lasciato dietro le tracce della cancellazione.

In alto si vede la fine del mio commento del 10 aprile alle 10:52. Immediatamente sotto si vede il commento di Aguado, che stranamente inizia dal punto "3": è evidente che manchino i primi due punti. Purtroppo per Aguado, i primi due punti del suo commento si sono conservati nella mia confutazione, l'inizio della quale è alla fine del commento. Aguado, cioè, ha cancellato il suo commento precedente a quello visibile nell'immagine e contenente i primi due punti del suo ragionamento, ma non si è accorto che la mia risposta li citava esplicitamente.

Quando mi accorgo della scomparsa, la faccio presente ad Aguado. Il commento col quale avverto Aguado non riceve risposta, anzi, viene manipolato da Aguado stesso e tutti i riferimenti al commento cancellato sono rimossi. La cosa mi lascia basito. Non riesco a comprendere per quale motivo abbia cancellato il commento e si ostini a non ammetterlo. Giunge persino a manipolare i miei commenti pur di rimuovere ogni riferimento alla faccenda.

Gli scrivo allora due commenti di risposta ad un suo commento dell'11 aprile 2010 delle 20:53 (si veda immagine qui a fianco). Inizio il primo chiedendogli esplicitamente per quale ragione abbia manipolato i miei commenti, poi proseguo discutendo dell'argomento del post.

Si notino alcune cose:
  • i commenti sono due, entrambi datati "12 aprile 2010 00.21";
  • il mio nome è linkato al sito, perché quando ho scritto il commento, blogspot, la piattaforma blog usata sia da me che da Aguado, ha riconosciuto la mia identità e ha automaticamente inserito il link;
  • il testo è formattato, con le citazioni dei commenti di Aguado in corsivo o in grassetto.
Questa volta faccio immediatamente uno screenshot della pagina. Vicino alle date dei miei due commenti si vede un'icona raffigurante un cestino della spazzatura: per pochi minuti dopo il salvataggio del commento Blogspot permette all'autore del commento (me, in questo caso) di cestinarlo.

Il mattino dopo Aguado risponde con un commento datato "12 aprile 2010 09.41". Ma quello che è accaduto è che Aguado ha manipolato i miei due commenti senza fornire nessuna giustificazione, anzi, non ha neppure segnalato il fatto.

Andando ora a guardare i miei commenti (screenshot a fianco), si riconosce in alto la fine del suo commento delle 20.53:
  • i miei due commenti, scritti a mezzanotte e 21, sono diventati uno solo, datato "12 aprile 2010 09.06", vale a dire 35 minuti prima della pubblicazione della risposta di Aguado;
  • il mio nome non è linkato, perché quando Aguado ha scritto il commento attribuendolo a me, dopo aver cancellato i miei due commenti, il sistema di autenticazione Blogspot, che serve ad identificare l'autore, non ha riconosciuto Aguado come IlCensore;
  • la formattazione è scomparsa, dato che Aguado ha fatto un semplice copia e incolla.
Ah, già, Aguado ha apportato un'altra modifica, illuminante sulle ragioni della sua manipolazione:
  • ogni riferimento alla scomparsa del suo commento e alla manipolazione dei miei è sparita.
Per riassumere: Aguado del blog Ragione e Fede manipola e cancella i commenti che gli danno fastidio. Vergogna.

La foto si intitola "Fallen Leaves of Autumn" ed è opera di capn madd matt.

Aggiornamento: Aguado, adducendo come scusa fantomatici insulti mai comparsi sul suo blog, ha attivato la moderazione dei commenti, e tre dei miei sono già svaniti. Complimenti all'onestà!

sabato 17 aprile 2010

Dawkins: "Il Papa dovrebbe essere arrestato"

Richard Dawkins e Christopher Hitchens, probabilmente i due intellettuali britannici atei di maggior spicco, hanno consultato alcuni avvocati britannici esperti in tutela dei diritti umani; il loro scopo è verificare se, secondo la legge del Regno Unito, sia possibile arrestare e processare Joseph Ratzinger per la copertura dei preti pedofili.

In particolare, Dawkins fa riferimento al ruolo ricoperto da Ratzinger quando era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede. In questa veste, Ratzinger era incaricato di decidere le linee guida della Chiesa cattolica nella gestione degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici. Significativa è dunque la lettera scritta dall'allora cardinale Ratzinger nel 1985 e pubblicata dall'Associated Press. Alla richiesta da parte della Diocesi di Oakland di spretare Stephen Kiesle, reo confesso di abusi sessuali su bambini, Ratzinger rispose che i reati di Kiesle erano gravi, ma di rimandare il provvedimento per il bene della Chiesa.

Di fronte a questa lettera, la cui autenticità è stata confermata dal portavoce del Vaticano, Dawkins e Hitchens si sono rivolti a due avvocati dei diritti umani, Geoffrey Robertson QC e Mark Stephens, per verificare la possibilità di arrestare Ratzinger quando andrà in visita nel Regno Unito, a settembre.

Dawkins afferma:
Facciamo sul serio. Dovrebbe essere una corte – una corte civile, non una corte ecclesiastica insabbiatrice – a decidere se le prove contro Ratzinger siano così schiaccianti come sembrano. Se è innocente, che abbia l'opportunità di dimostrarlo in una corte. Se è colpevole, che affronti la giustizia. Come chiunque altro.
Questa iniziativa di Dawkins mi lascia perplesso su alcuni punti.

Non sono completamente convinto che Ratzinger abbia commesso dei reati penali. Non sono neppure convinto che una corte inglese abbia giurisdizione su reati commessi in altri Stati da cittadini non britannici. Infine, non sono sicuro se davvero, come sostiene uno degli avvocati interpellati, Ratzinger non sia un Capo di Stato a tutti gli effetti, e per tale motivo goda dell'immunità. (Tra l'altro, non vedo per quale motivo la Chiesa cattolica debba avere, unica al mondo se non erro, uno Stato tutto suo, con persino una rappresentanza all'ONU. Si tratta di un regalo fatto dal dittatore Mussolini al capo di una influente religione, con cui strinse rapporti di reciproco interesse. Sarebbe ora di abolire i Patti Lateranensi ed eliminare questa immotivata eccezione.)

Ma concordo con Dawkins e Hitchens su di un punto: che, fatti salvi i problemi legali, questa questione non possa essere lasciata completamente in mano della Chiesa.

Per decenni questi casi sono stati insabbiati; per decenni i preti, persino i rei confessi, sono stati palleggiati da parrocchia in parrocchia; spesso i vescovi che li hanno coperti sono stati persino promossi. Recentemente la Chiesa ha mostrato di voler fare pulizia, sebbene continui a recitare la parte della vittima di un complotto "demo-pluto-giudaico". Bene, ma le porcherie del passato non possono e non devono passare ingiudicate, vanno portate davanti ai tribunali civili (anche a costo di prolungare i termini della prescrizione) e lì va fatta chiarezza, lì, non davanti a opache commissioni di inchiesta interne, interessate a salvaguardare il buon nome della Chiesa.

E questo vale a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica, anche al più alto, se necessario. Il Papa non deve essere immune alla legge di questo mondo: se è sospettato di reati, va processato. Come chiunque altro.

La foto è "Kilmainham Jail", di James C. Farmer.

venerdì 16 aprile 2010

I costi occulti della fede

La fede ha dei "costi occulti".

Certo, avere fede porta una serie di vantaggi. Si hanno risposte certe, anche se non necessariamente corrette, sul trascendente e sui problemi morali, col corredo di un sistema di valori "pronto per l'uso". Inoltre si fa generalmente parte di comunità di credenti solidale.

Di contro vi sono degli svantaggi, quelli che ho chiamato "costi occulti". Le regole morali e pratiche e i valori della propria religione sono dei vincoli alla libertà personale, inevitabilmente. Naturalmente molti di questi vincoli non sono vissuti come tali in quanto sono condivisi da ciascuno. Generalmente le persone ritengono immorale uccidere un altro essere umano, e dunque il comandamento biblico del "non uccidere" non è vissuto come un vincolo. Diverso è il caso di altri comandamenti, come il "non desiderare la donna d'altri", una sorta di psicoreato orwelliano: non tutte le persone sentono come immorale il semplice desiderare qualcun altro.

Altre limitazioni imposte dalla fede coinvolgono comportamenti più quotidiani, dato che la religione e il suo sistema morale sono naturalmente pervasivi. Ad esempio, la Chiesa cattolica insegna ai propri fedeli che devono considerare immorale l'aborto in tutte le sue forme, la manipolazione degli embrioni e il suicidio assistito, ma anche il divorzio, i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, il riconoscimento di coppie di fatto e di quelle composte da compagni dello stesso sesso, l'uso del preservativo e il controllo delle nascite con mezzi differenti dall'astinenza sessuale.

E che questi insegnamenti siano una effettiva limitazione della libertà personale, a differenza del quinto comandamento, è dimostrato dal fatto che una percentuale notevole di cattolici non li rispettino e non ne condividano l'immoralità. Una parte rilevante dei cattolici italiani convive prima del matrimonio, ha rapporti sessuali al di fuori di esso, usa metodi di contraccezione. E' poi esperienza comune che anche i cattolici divorzino e ricorrano all'aborto.

Ma come vivono i fedeli questa incompatibilità tra la visione del mondo che deriva dalla loro religione e quella propria personale?

La mia impressione è che molti si limitino a scrollare le spalle. Ad esempio, la ragazza pugliese che per prima ha abortito assumendo la pillola Ru486 ha dichiarato che è cattolica, "ma non sento che, per questo mio gesto, il Signore mi vorrà meno bene". Nel caso di questa donna, dunque, la morale personale le ha fatto superare quella proposta dalla sua religione, mentre in altri casi la gravidanza è portata avanti per motivi religiosi.

In altri casi, invece, il contrasto è drammatico. Ho raccontato il caso del paleontologo statunitense Kurt Wise, che ha deciso di negare l'evoluzione solo perché incompatibile con la sua visione religiosa. La drammaticità di questa scelta è riassunta dalle parole di questo scienziato creazionista: "se tutte le prove dell'universo fossero contrarie al creazionismo, sarei il primo ad ammetterlo, ma sarei ancora un creazionista, perché questo è quello che la Parola di Dio sembra indicare".

Una volta che si assume questa posizione, non c'è modo di cambiarla. Anche se mostrassimo a Wise le innumerevoli prove a favore dell'evoluzione (che Wise del resto conosce, avendole studiate), egli non potrebbe accettarle perché contrarie alla "Parola di Dio". Allo stesso modo, potremmo mostrare ad un fedele le prove che la sua religione, qualunque sia, non è ispirata da Dio, egli non cambierebbe idea. Non lo farebbe perché non può farlo: tutta la sua vita si basa su questa religione, riconoscerne la falsità è un passo difficilissimo da affrontare.

Un passo difficile ma necessario.

L'immagine è "ParentsPstcrd_031710", di Pedestrian Typography (CC-by-nc-sa).

mercoledì 14 aprile 2010

L'Avvenire su Agora

Venerdì 23 aprile esce nelle sale italiane Agora, film di Alejandro Amenábar dedicato alla figura di Ipazia. Parlai del film undici mesi fa; nel frattempo la distribuzione italiana ha avuto una storia travagliata ma si è conclusa positivamente, con l'acquisto dei diritti da parte di Mikado dopo che nessun distributore l'aveva acquistato per l'uscita a settembre.

La figura di Ipazia mette in sommovimento il mondo cristiano: in quanto donna, scienziata e non cristiana (era pagana), va a toccare nervi scoperti della cultura cristiana, come testimoniato dal tentativo di screditarla da parte di cristiani non certo di scarsa cultura (si veda il post "La seconda morte di Ipazia").

In concomitanza con l'uscita nelle sale, anche il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire - che, per inciso, incassa circa 6 milioni di euro l'anno di contributi statali -, ha dedicato un articolo al film. Anzi, due.

Ipazia cristiana!

Il primo è una rubrica, "Lupus in pagina", di Gianni Gennari, che si intitola "Ipazia: donna cristiana e la storia fatta a fette". La segnalo perché Gennari commette strafalcioni impressionanti per un giornalista, che quantomeno dovrebbe controllare le sue fonti. Il nostro, infatti, reagisce agli articoli che attribuiscono la morte di Ipazia ai cristiani, con una rivelazione sconvolgente: Ipazia era cristiana, ammirata da cristiani (Sinesio di Cirene e Socrate Scolastico) e la sua memoria fu preservata da cristiani!

Magari qualcuno potrebbe spiegare qualche cosa a Gennari. Primo, che Ipazia non era cristiana: era una pagana, una neoplatonica per la precisione. Secondo, Sinesio di Cirene fu suo allievo prima di convertirsi e diventare vescovo, ma le rimase comunque affezionato, come attestano le lettere che le scrisse fino al 413, anno della sua morte; Socrate Scolastico ne parla bene, ma non così la pensavano Cirillo di Alessandria, mandante quanto meno morale del suo assassinio, e Giovanni di Nikiu. Terzo: i cristiani conservarono la memoria di Ipazia perché raccontarono la storia del suo nemico, Cirillo, poi santificato; possiamo sentire l'altra campana solo perché si è conservata la testimonianza di Damascio, filosofo pagano.

La Chiesa arrogante e spietata di Cirillo

Ma l'Avvenire pubblica anche un articolo più serio, informativo ed equilibrato, una polemica di Alessandro Zaccuri intitolata "Una strana Ipazia illuminista". Verso la fine dell'articolo Zaccuri scrive:
[...] con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani il film cambia bruscamente di tono e il gioco delle analogie si fa più evidente. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano come una sorta di Gestapo, la Chiesa è una congrega oscurantista e misogina (ma perché anche qui, come già nel Codice Da Vinci, ci si dimentica sempre della Vergine Maria?), [...]

[...] Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava è di una Chiesa arrogante e spietata, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi e perseguitare innocenti.
Il motivo per il quale l'impressione della Chiesa alessandrina che si ricava dal film è di un'organizzazione oscurantista, violenta, intollerante e interessata al potere secolare è, semplicemente, che la Chiesa di Cirillo era proprio così. Sia chiaro: non nego l'esistenza di cristiani sinceri, dalla fede tormentata e interessati all'anima, come non nego le sottigliezze teologiche di Cirillo. Ma l'altra faccia della Chiesa, il suo lato "oscuro" era ben presente.

Anzitutto, la Chiesa di cui parliamo è quella diventata religione lecita da meno di un secolo e religione ufficiale dell'Impero Romano da pochi decenni. I cristiani passano dall'essere vittime a carnefici, da perseguitati a persecutori.

Siamo in un'epoca in cui i cristiani di Callinico mettono a fuoco la locale sinagoga, l'imperatore Teodosio ordina di far pagare la ricostruzione al vescovo locale e il Vescovo di Milano, Ambrogio, si oppone.

Siamo in un'epoca in cui i cristiani di Alessandria guidati dal vescovo Teofilo, zio e predecessore di Cirillo, distruggono il tempio pagano del Serapeo, sede della Biblioteca di Alessandria, con grave perdita per la cultura

Un'epoca in cui lo stesso Cirillo perseguita Ebrei e novaziani (cristiani eretici), in cui monaci provenienti dal deserto entrano ad Alessandria e quasi uccidono il prefetto della provincia.

Siamo, infine, in un periodo in cui una confraternita cristiana dedita alla sepoltura dei morti insepolti, i parabolani, è divenuta una guardia armata del vescovo, dedita a violenze contro pagani, ebrei ed eretici, come quella operata per volere di Teofilo contro presunti eretici, i cosiddetti "lunghi fratelli", in realtà oppositori di Teofilo.

Inoltre, se guardiamo alla realtà alessandrina dell'epoca, gli scontri che coinvolsero Cirillo e i suoi avversari erano lotte per il potere secolare, non per la religione.

Uno dei maggiori oppositori di Cirillo fu infatti il prefetto augustale Oreste. Oreste era un cristiano, ma in quanto funzionario imperiale mal sopportava le continue ingerenze di Cirillo in materie di competenza civile (Zaccuri ha ragione quando parla di paragoni con la nostra epoca); in quanto funzionario imperiale, teneva rapporti con tutte le componenti etnico-religiose della città, cristiani, ebrei e pagani, e proprio per questo era in buoni termini con Ipazia.

Come raccontano fonti cristiane, furono monaci cristiani, provenienti dal deserto di Nitria, ad attentare alla vita di Oreste, che era visto come oppositore di Cirillo, ma la popolazione di Alessandria si schierò dalla parte del suo prefetto e impedì che fosse ucciso. Oreste fece torturare e uccidere il monaco che l'aveva ferito; Cirillo decise allora di farne un martire, Ammonio Thaumasius, ma i suoi fedeli sapevano che il monaco era morto per la sua aggressione e non per la sua fede, e Cirillo fece cadere la storia del martire.

Furono i parabolani, la guardia di Cirillo, a uccidere Ipazia, la donna che consideravano ostacolo alla riconciliazione tra Cirillo e Oreste. Racconta lo storico cristiano Socrate Scolastico (Storia ecclesiastica VII.15) che i parabolani:
dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brani del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria.
Zacconi termina:
D’accordo, l’intento di Amenábar sarà anche stato quello di mettere in guardia contro i fondamentalismi. Ma allora, petizione per petizione, non si potrebbe chiedere al regista di dedicare il suo prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan?
Devo dire che questa affermazione da parte di un giornalista che ha per referente l'organizzazione egemone in Italia, con ramificazioni praticamente in tutti gli àmbiti sociali, culturali e politici, mi fa sorridere per la sua ingenuità.

Da una persona come Zacconi, dopo la visione del film, mi sarei atteso due parole due sulla violenta e vile uccisione di Ipazia da parte del braccio armato che la sua Chiesa ha proclamato santo e Dottore della Chiesa.

Ecco l'anteprima italiana del film:


P.S.: a Zacconi che lamenta il fatto che la Chiesa sia dipinta come misogina, "dimenticandosi sempre della Vergine Maria", credo che abbia già risposto egregiamente il regista. Nel trailer si sente un personaggio (Cirillo?) che ripete una frase simile a questa:
Non permetto alla donna d'insegnare, né di usare autorità sul marito, ma ordino che stia in silenzio.
Zacconi le riconosce? Sono parole che i cristiani considerano ispirate, pronunciate da Paolo di Tarso (Prima lettera a Timoteo, 2:12). Parole che hanno segnato l'atteggiamento della Chiesa verso le donne per secoli.

martedì 13 aprile 2010

Ricerca del Gesù storico: Gesù il Salvatore

Da qualche tempo a questa parte, mi sono appassionato agli studi scientifici sulla figura storica di Gesù e sulla storia del Cristianesimo delle origini.

L'interesse è nato con la lettura del libro di Bart Ehrman intitolato Gesù non l'ha mai detto, un libro chiaro e scorrevole, ma al contempo rigoroso e serio sullo studio dei manoscritti del Nuovo Testamento. Un libro che spiega come si gestiscano tutte le varianti dei libri del Nuovo Testamento, nel tentativo di ricostruirne il testo originario può sembrare noioso, ma Ehrman conosce la materia ed è molto bravo a tenere interessato il lettore, ma senza mai dover ricorrere a sensazionalismi.

Ho poi continuato a leggere riguardo a questo argomento, principalmente opere divulgative: dalle indagini di Augias che intervista esperti del settore (Mauro Pesce per Inchiesta su Gesù e Remo Cacitti per Inchiesta sul Cristianesimo), alle ricostruzioni della figura storica di Gesù (il Jesus, Interrupted di Bart Ehrman, il Gesù, una biografia rivoluzionaria di John Dominic Crossan e il Gesù ebreo di Riccardo Calimani), alle molteplici correnti del Cristianesimo delle origini con il loro corredo di testi (Giacomo, il fratello di Gesù di Robert Eisenman, I Cristianesimi perduti, ancora di Ehrman, I vangeli gnostici e Il Vangelo segreto di Tommaso di Elaine Pagels, Il Vangelo ritrovato di Giuda di Elaine Pagels e Karen King).

Sebbene abbia sempre scelto di leggere libri "seri" e di prendere con le pinze i testi che non rispecchiano le posizioni della maggioranza degli studiosi, mi è venuto il dubbio di aver letto libri che mi hanno fornito una visione parziale delle conoscenze attuali, sia per limiti dovuti alle pubblicazioni normalmente reperibili, sia perché le bibliografie dei libri tendono a segnalare testi simili.

Per questo motivo ho deciso di fare una panoramica delle principali ipotesi sul Gesù storico, in modo da poter vedere quali sono le correnti di pensiero maggiormente accreditate da indagare. Inizio con coloro che sostengono la storicità di un Gesù divino, un Salvatore.

Per questa analisi sono in debito con Peter Kirby, autore della pagina "Historical Jesus Theories" dal sito earlychristianwritings.com e all'articolo "The Wright Quest for the Historical Jesus", di Ben Witherington, III.

Nicolas Thomas Wright

N.T. Wright è il Vescovo (anglicano) di Durham.

Dal punto di vista procedurale, Wright è convinto che i Vangeli contengano storie trasmesse sostanzialmente intatte, e che queste corrispondano ad eventi realmente accaduti, in quanto all'epoca della stesura delle principali opere del Nuovo Testamento erano ancora in vita i testimoni dei fatti. Nell'ambito della ricerca sul Gesù storico, ritiene che si debbano dare per assodati il retroterra culturale del giudaismo del I secolo e la figura che emerge dai Vangeli; muovendosi dal primo in avanti e dal secondo all'indietro è possibile ricostruire la figura storica di Gesù, che sarà dunque il punto di incontro tra queste due culture.

Wright sostiene che le narrazioni della morte e risurrezione di Gesù che si sono conservate nei Vangeli canonici sono il risultato del tentativo dei suoi seguaci di ritornare alle profezie dell'Antico Testamento per comprendere per quale motivo il Messia mandato da Dio fosse morto crocifisso.

La figura che emerge è quella di un Gesù in tutto e per tutto ebreo del I secolo, convinto che attraverso la propria opera permettesse l'avvento del Regno di Dio su questa terra. Riteneva che le tradizioni del suo popolo fossero state corrotte e travisate, e propose dunque una loro riforma. Gesù, secondo Wright, non intendeva l'avvento del Regno come la fine del mondo, ma come la sua trasformazione: questo avvento sarebbe stato caratterizzato dalla fine del mondo del giudaismo legato al Tempio, alla Terra promessa, alle gerarchie sacerdotali, ai sacrifici. Secondo Wright, gli Ebrei del I secolo si ritenevano ancora "in esilio", benché si trovassero nella Terra Promessa: il compito che Gesù assunse fu quello di porre fine all'esilio assumendo su di sé i peccati del popolo ebraico.

La sua critica delle istituzioni politiche e religiose fu alla causa della sua morte: in questo senso sostiene che Gesù fu condannato a morte proprio per ciò che diceva e faceva, per le sue critiche alle autorità, e non per un errore.

Le principali opere di N.T. Wright tradotte in italiano, tutte per i tipi della casa editrice Claudiana di Torino, sono: Che cosa ha veramente detto Paolo (1999), Gesù di Nazareth. Sfide e provocazioni (2005) e Risurrezione (2006).

Luke Timoty Johnson

Johnson è professore di Nuovo Testamento e Origini del Cristianesimo alla Emory University, un'università privata affiliata all'Unione delle Chiese Metodiste.

Ha una particolare visione di ciò che è la storia, secondo la quale vi sono cose che sono "reali" ma non sono propriamente "storiche". Egli sottolinea che il metodo storico applicato alla ricerca del Gesù storico possa ricostruire alcuni aspetti della sua vita, ma non tutti. In particolare gli storici possono accertare il fatto che Gesù era, per esempio, un famoso guaritore, e forse anche che egli effettivamente guarì dei malati, ma non possono, per motivi di limitazione del metodo storico, affermare che compì miracoli; d'altro canto gli storici non possono neppure negare che lo fece.

Per Johnson, dunque, la storia non è l'unico mezzo di conoscere la realtà, specie in casi come quello della resurrezione di Gesù.

Per quanto riguarda invece l'analisi storiografica delle fonti cristiane, Johnson si oppone alla pratica, diffusa tra i critici biblici, di non considerare autorevoli quelle fonti che ignorano o riportano erratamente i fatti e i detti della vita di Gesù. Distingue infatti tra due insiemi di informazioni storiche che possono essere date su di un personaggio: da una parte ci sono gli "eventi", azioni e detti del personaggio, dall'altra il suo "carattere", inteso come significato essenziale della sua vita.

Quindi, sebbene Johnson riconosca che i Vangeli sono incoerenti riguardo a cose come le esatte parole usate da Gesù per esprimersi, tempi e luoghi delle sue azioni e persino sulle azioni stesse, è convinto che essi concordino nel definire, attraverso l'insieme delle narrative, il "carattere" di Gesù: un uomo che dà la propria vita per gli altri uomini in obbedienza a Dio.

La principale pubblicazione di Johnson, The Real Jesus: The Misguided Quest for the Historical Jesus & the Truth of the Traditional Gospels ("Il Gesù reale: la ricerca fuorviata del Gesù storico e la verità dei Vangeli tradizionali", HarperSanFrancisco, 1996, ISBN 9780060641665) non è tradotta in italiano.

Robert H. Stein

Stein è professore di Interpretazione del Nuovo Testamento al The Southern Baptist Theological Seminary, un'università il cui compito è preparare i ministri della Southern Baptist Convention (la maggiore Chiesa battista del mondo).

Secondo Stein, se l'indagine storica su Gesù esclude a priori l'accettazione del soprannaturale, non potrà che giungere a descrivere un Gesù in cui tutti i tratti soprannaturali sono stati rimossi. Stein però ritiene che sia il Gesù soprannaturale - quello nato da una vergine, morto per i peccati degli uomini e risuscitato - l'unico a poter collegare l'umanità peccatrice con Dio, e che perciò questo suo aspetto non possa essere negato.

Le conseguenze di questo approccio sono che Stein considera episodi storici la nascita virginale e la strage degli innocenti, la morte e la risurrezione di Gesù. Afferma che fu dopo il battesimo per opera di Giovanni, mentre era tentato dal diavolo, che Gesù comprese di essere il Messia; ma scelse di non essere un messia politico, quanto piuttosto il servo sofferente di Dio. Raccolse attorno a sé gli apostoli e insegnò loro, ma fu solo dopo la sua risurrezione che essi compresero realmente che Gesù era il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo.

L'opera principale di Robert Stein è Jesus the Messiah: A Survey of the Life of Christ ("Gesù il Messia: Panoramica della vita di Cristo", InterVarsity Press, 1996, ISBN 9780830818846). Non è tradotta in italiano, come le altre sue opere.

La foto iniziale è Gaudi Jesus di Jasmic, la foto di N.T. Wright è di garethjmsaunders.