Forse avete letto dello «studio scientifico» secondo cui la Sindone di Torino sarebbe stata prodotta da un terremoto. Tale terremoto avrebbe causato la generazione delle quantità anomale di Carbonio 14 che hanno fatto sì che la datazione del telo sia stata erroneamente calcolata al XIV secolo invece che al I.
Ecco come mi sento a proposito di questa «scoperta»:
«Sindone», Preti, episodio 6, 10 novembre 2013, http://youtu.be/rD_i1KWcQww
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sabato 22 febbraio 2014
sabato 24 settembre 2011
Ancora sulla favola del Mandyion e della Sindone
Più di un anno fa pubblicai l'articolo «La Sindone di Torino non è il Mandylion di Edessa» in cui, dotato solo di Google per la ricerca delle fonti e di un po' di buona volontà, sono andato a verificare tutte le presunte prove che giustificherebbero l'identificazione del Mandylion di Edessa con la Sindone di Torino; il risultato di questa mia indagine è facilmente intuibile dal titolo dell'articolo.
Dal blog di Antonio Lombatti vengo ora a scoprire che dello stesso argomento si è occupato qualcuno di ben più esperto di me: Andrea Nicolotti ha infatti pubblicato Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda (Edizioni dell'Orso).
In base a quanto raccontato da Lombatti nell'articolo «Dalla favola del Mandylion alla bufala della Sindone», cui rimando per ulteriori approfondimenti, mi pare di capire che le mie conclusioni siano state identiche a quelle di Nicolotti; ne sono contento.
venerdì 3 settembre 2010
Sindone: altro indizio di inautenticità
Antonio Lombatti ha pubblicato un post intitolato «Joe Zias on Masada burials» ("Joe Zias riguardo alle sepolture di Masada", in italiano, malgrado il titolo), in cui cita un altro indizio della falsità della Sindone di Torino.
Nel libro The Jewish people in the first century, Shemuel Safrai fa notare che «gli Ebrei si cercavano strenuamente di assicurarsi che il corpo fosse sepolto con gli arti allungati»; situazione incompatibile con l'immagine della Sindone.
Nel libro The Jewish people in the first century, Shemuel Safrai fa notare che «gli Ebrei si cercavano strenuamente di assicurarsi che il corpo fosse sepolto con gli arti allungati»; situazione incompatibile con l'immagine della Sindone.
martedì 6 luglio 2010
La Sindone di Torino, alla sua comparsa, fu riconosciuta falsa dalle autorità ecclesiastiche
Malgrado i sindonologi abbiano tentato di associare la Sindone di Torino a epoche anteriori al XIV secolo, fallendo malamente, il telo sindonico torinese fa la sua comparsa sulla ribalta della Storia solo negli anni 1350.
In un anno non meglio precisato (la data esatta oscilla tra il 1353 e il 1357), il signore Goffredo di Charny dona ai canonici della chiesa di Lirey (in Francia, nella regione della Sciampagna-Ardenna) la Sindone di Torino, senza spiegare come ne sia entrato in possesso, e fonda una collegiata per custodirla.
I canonici di Lirey favoriscono la nascita di un afflusso di pellegrini presso la presunta reliquia, ma Enrico di Poitiers, vescovo di Turey, proibisce il culto dell'immagine, che scompare di fatto per diversi anni.
Nel 1389, Giovanna di Vergy, vedova di Goffredo, si sposa con Aimone di Ginevra, zio del papa (oggi considerato antipapa) Clemente VII. Assieme al figlio Goffredo II, Giovanna decide di esporre nuovamente la reliquia, confidando nella parentela del marito per scavalcare Pietro d'Arcis, vescovo di Turey, e ottenere l'autorizzazione direttamente dal Papa. L'autorizzazione è concessa, e l'esposizione celebrata con il conio di speciali medaglioni (uno dei quali conservato al Museo Cluny di Parigi).
Pietro d'Arcis si oppone e, dopo non aver avuto nessuna risposta da re Carlo II, scrive un memorandum a papa Clemente, in cui fa riferimento all'indagine del suo predecessore Enrico e rivela che, secondo la confessione di colui che aveva fabbricato il telo, il decano della collegiata di Lirey aveva commissionato un telo dipinto abilmente, ottenuto tramite una tecnica particolare, mosso da fini venali.
Il 23 luglio del 1389, Clemente VII interviene con una lettera destinata a Goffredo II, autorizzando l'esposizione della presunta reliquia a patto che sia chiaramente detto che non si tratta del sudario di Gesù, ma di un dipinto («pictura seu tabula»). Questa disposizione è confermata da una bolla datata 6 gennaio 1390, ma emendata da una bolla successiva dello stesso anno, datata 30 maggio: in questa seconda bolla Clemente accoglie la posizione degli Charny, e dispone che la presunta reliquia sia pubblicamente dichiarata di fattura non umana («figura seu rapresentatio») e concede indulgenze ai pellegrini. A Pietro d'Arcis è fatto divieto di contestare ulteriormente l'autenticità della sindone, pena la scomunica.
I sindonologi hanno tentato invano di contestare invano l'autenticità dei manoscritti contenenti due copie della memoria di Pietro d'Arcy; successivamente sono passati a mettere in dubbio i motivi che mossero d'Arcy, affermando che fosse invidioso del flusso di denaro che finiva nelle casse della collegiata di Lirey invece che in quelle della cattedrale. Ma come dice Nickell,
Se le affermazioni di d'Arcy riguardo alla confessione del falsario fossero state false, i custodi della sindone avrebbero potuto contestarle, mentre essi mantennero quello che sembra un silenzio colpevole. Si ricordi che d'Arcy si era detto «disposto a fornire tutte le informazioni sufficienti a rimuovere ogni dubbio concernente i fatti dichiarati». Così l'affermazione del vescovo resta valida. Esiste ancora il rapporto del balivo di Troyes, datato 1389, che afferma che la sindone era un dipinto. E papa Clemente giunse alla conclusione che si trattasse di un dipinto o di una raffigurazione.Poi ragioni terrene, molto terrene, portarono la Chiesa a sostenere tacitamente ma attivamente il culto di questa reliquia. Ma questa è un'altra storia: quando comparve, la Sindone di Torino fu considerata un falso dalle autorità religiose.
Fonti: Vittorio Pesce Delfino, E l'uomo creò la Sindone, Edizioni Dedalo, 2000, ISBN 8822062337, pp. 204-205; Richard B. Sorensen, «Summary of Challenges to the Autenticity of the Shroud of Turin», 2007; Joe Nickell, Relics of the Christ, University Press of Kentucky, 2007, ISBN 0813124255, pp. 125-129.
lunedì 31 maggio 2010
La Sindone di Torino non è il Mandylion di Edessa
Post #1b di una serie.
Aggiunta sezione sul Codex Vossianus Q 69 (29-9-2010)
Aggiunta sezione sul Codex Vossianus Q 69 (29-9-2010)
Come detto in un post precedente, i sostenitori dell'autenticità della Sindone di Torino si trovano davanti alla difficoltà di spiegare come il presunto lenzuolo funebre di Gesù sia arrivato dalla Palestina del I secolo alla Francia del XIV secolo, riempiendo un vasto salto spaziale di migliaia di chilometri ma anche un ancor più vasto salto temporale di mille e trecento anni. Come mostrato in quello stesso post, i sostenitori dell'autenticità della Sindone hanno cercato, nella lunga storia del Cristianesimo, indizi della conservazione della sindone di Gesù, per puntellare la loro ipotesi facendo affiorare la Sindone in qualche epoca. Purtroppo per loro, tutte le citazioni che hanno potuto presentare si sono dimostrate deboli e di interpretazione arbitraria.
Discorso a parte merita l'identificazione tra Sindone di Torino e Mandylion, sostenuta da alcuni sindonologi in tempi recenti. Il Mandylion era un telo che recava un'immagine del volto di Gesù ritenuta miracolosa; secondo la tradizione, Gesù si sarebbe asciugato il volto con un pezzo di stoffa e in questo modo vi sarebbe rimasta impressa la sua immagine. Sarebbe stato custodito ad Edessa (moderna Turchia), dove la sua presenza è accertata a partire dal 544, poi, nel 944, fu trasferito nella capitale bizantina, a Costantinopoli, dove rimase fino al saccheggio della città del 1204, avvenuto per mano dei crociati della Quarta crociata.
L'identificazione della Sindone di Torino col perduto Mandylion è resa impossibile, fondamentalmente, da un unico, semplice fatto: tutte le fonti scritte e tutte le riproduzioni del Mandylion concordano sul fatto che esso raffigurava Gesù vivo (mente la Sindone raffigura un uomo morto e con chiare macchie di sangue); con pochissime eccezioni, poi, tutte queste fonti affermano anche che si trattava di una riproduzione del solo volto di Gesù (mentre la Sindone raffigura l'intero corpo, sia davanti che di dietro).
Con questo in mente, ripercorriamo la storia del Mandylion.
Formazione della leggenda del Mandylion
Eusebio di Cesarea (263-339) narra nella sua Storia ecclesiastica (libro I, capitolo 13) che Gesù ricevette una lettera dal re di Edessa Abgar (Abgar V il Nero, sovrano di Edessa dal 13 al 50), il quale era ammalato incurabilmente e gli chiedeva di andare ad Edessa a guarirlo. Gesù scrisse una lettera ad Abgar (che Eusebio riproduce) in cui spiegava che non poteva andare a guarirlo, ma che gli avrebbe mandato uno dei suoi discepoli. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, Giuda Tommaso inviò Taddeo dal re Abgar, che fu guarito dalla malattia che l'affliggeva. Eusebio non narra altro, non fa menzione di alcuna raffigurazione di Gesù; semplicemente collega Edessa a Gesù attraverso una lettera autografa di Gesù stesso.
Egeria, una ricca e influente donna spagnola, compì un viaggio in Oriente nei luoghi sacri della cristianità e dell'ebraismo, e nel 384 visitò Edessa, dove le fece da cicerone proprio il vescovo cittadino. Le sue memorie di viaggio si sono conservate, e attraverso di esse scopriamo che la leggenda di Abgar e Gesù si era già sviluppata cinquant'anni dopo Eusebio. Egeria riferisce infatti una storia narratale dal vescovo di Edessa (capitolo 19), secondo la quale Abgar utilizzò la lettera di Gesù per ottenere portenti che impedirono ai Persiani di conquistare la città, e che anche negli anni successivi la lettera aveva miracolosamente difeso la città dai nemici. Egeria narra anche che il vescovo di Edessa le fece avere una copia delle due lettere (quella di Abgar a Gesù e la risposta): ella nota come la lettera di Gesù ad Abgar donatale dal vescovo fosse più lunga della copia che Egeria aveva già in Spagna.
Sebbene neppure questa fonte citi alcuna immagine, si può vedere come la leggenda si stia evolvendo nel tempo (Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, a cura di Paolo Siniscalco, Città Nuova, 2000).
Discorso a parte merita l'identificazione tra Sindone di Torino e Mandylion, sostenuta da alcuni sindonologi in tempi recenti. Il Mandylion era un telo che recava un'immagine del volto di Gesù ritenuta miracolosa; secondo la tradizione, Gesù si sarebbe asciugato il volto con un pezzo di stoffa e in questo modo vi sarebbe rimasta impressa la sua immagine. Sarebbe stato custodito ad Edessa (moderna Turchia), dove la sua presenza è accertata a partire dal 544, poi, nel 944, fu trasferito nella capitale bizantina, a Costantinopoli, dove rimase fino al saccheggio della città del 1204, avvenuto per mano dei crociati della Quarta crociata.
L'identificazione della Sindone di Torino col perduto Mandylion è resa impossibile, fondamentalmente, da un unico, semplice fatto: tutte le fonti scritte e tutte le riproduzioni del Mandylion concordano sul fatto che esso raffigurava Gesù vivo (mente la Sindone raffigura un uomo morto e con chiare macchie di sangue); con pochissime eccezioni, poi, tutte queste fonti affermano anche che si trattava di una riproduzione del solo volto di Gesù (mentre la Sindone raffigura l'intero corpo, sia davanti che di dietro).
Con questo in mente, ripercorriamo la storia del Mandylion.
Formazione della leggenda del Mandylion
Egeria, una ricca e influente donna spagnola, compì un viaggio in Oriente nei luoghi sacri della cristianità e dell'ebraismo, e nel 384 visitò Edessa, dove le fece da cicerone proprio il vescovo cittadino. Le sue memorie di viaggio si sono conservate, e attraverso di esse scopriamo che la leggenda di Abgar e Gesù si era già sviluppata cinquant'anni dopo Eusebio. Egeria riferisce infatti una storia narratale dal vescovo di Edessa (capitolo 19), secondo la quale Abgar utilizzò la lettera di Gesù per ottenere portenti che impedirono ai Persiani di conquistare la città, e che anche negli anni successivi la lettera aveva miracolosamente difeso la città dai nemici. Egeria narra anche che il vescovo di Edessa le fece avere una copia delle due lettere (quella di Abgar a Gesù e la risposta): ella nota come la lettera di Gesù ad Abgar donatale dal vescovo fosse più lunga della copia che Egeria aveva già in Spagna.
Sebbene neppure questa fonte citi alcuna immagine, si può vedere come la leggenda si stia evolvendo nel tempo (Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, a cura di Paolo Siniscalco, Città Nuova, 2000).
domenica 23 maggio 2010
Sindone: perché non credere (IV)
Col numero di aprile di MicroMega era in allegato una monografia sulla Sindone di Torino, intitolata L'inganno della Sindone. Questo è il quarto post con il quale sto recensisco gli articoli contenuti nella monografia (gli altri posts sono visualizzabili tramite l'etichetta «L'inganno della Sindone»).
Sindoni giudaiche contemporanee a Gesù
Antonio Lombatti
Vorrei riassumere il saggio di Antonio Lombatti partendo dalla fine. Dopo una panoramica sulle sindoni giudaiche dei primi secoli della nostra era, Lombatti scrive infatti:
Di particolare interesse sono ovviamente i dati sui corredi funebri: Lombatti riferisce di una sessantina di panni funebri, in vario stato di conservazione, e riassume le conclusioni che se ne possono trarre riguardo:
Sindoni giudaiche contemporanee a Gesù
Antonio Lombatti
Vorrei riassumere il saggio di Antonio Lombatti partendo dalla fine. Dopo una panoramica sulle sindoni giudaiche dei primi secoli della nostra era, Lombatti scrive infatti:
Per concludere, come scrivono i maggiori archeologi israeliani che hanno scavato tombe del periodo romano in Palestina per oltre trent'anni – L. Rahmani, R. Hachlili, S. Gibson – chi ha creato la Sindone era una persona completamente ignorante degli usi e dei costumi funebri del giudaismo al tempo di Gesù.Per sostenere questa conclusione, Lombatti indaga tra le pubblicazioni scientifiche sui ritrovamenti di tombe giudaiche risalenti al periodo tra il IV secolo a.C. e il I secolo d.C.; a partire da questi ritrovamenti (oltre cinquemila tombe analizzate), gli archeologi sono in grado di dirci molto sulle pratiche funerarie degli ebrei di duemila anni fa in Palestina.
Di particolare interesse sono ovviamente i dati sui corredi funebri: Lombatti riferisce di una sessantina di panni funebri, in vario stato di conservazione, e riassume le conclusioni che se ne possono trarre riguardo:
pluralità di teli diversi utilizzati – gran parte di essi era di lana – torcitura a S e corde per bloccare il movimento degli arti.I tre punti comuni ai vari ritrovamenti sono significativi. Gli Ebrei di duemila anni fa seppellivano i morti legandoli con corde e avvolgendoli in più teli, di cui uno per il volto; i tessuti erano con fili a torcitura 'S', tipica della Palestina, ed erano relativamente semplici (rapporti trama-ordito 1:1 o 2:2), per lo più in lana, ma anche in lino e cotone.
martedì 18 maggio 2010
La Sindone di Torino non è menzionata prima del XIV secolo
Post #1 di una serie.
Aggiornato al 7 giugno con l'aggiunta di ulteriori testimonianze.
Aggiornato al 1 giugno con l'aggiunta del Codice Pray.
Aggiornato al 28 maggio con l'aggiunta della Vita di santa Nino.
Anche i sindonologisti più fondamentalisti devono ammettere che non ci sono prove storiche decisive dell'esistenza della Sindone di Torino prima della metà del XIV secolo, quando comparve a Lirey, in Francia.
Cionondimeno, coloro che sostengono l'autenticità della Sindone hanno tentato di trovare indizi della sua esistenza nei tredici secoli precedenti, dato che questo lungo silenzio delle fonti sulla più importante reliquia della cristianità non può che metterli in imbarazzo.
Quello che segue è un riepilogo delle argomentazioni presentate, affiancate dalle relative contro-argomentazioni. Le fonti secondarie di queste notizie sono le pagine «Sindone di Torino» e «Storia della Sindone», da Wikipedia edizione italiana (*), «History of the Shroud of Turin», da Wikipedia edizione inglese (#), la pagina «I principali avvenimenti» dal sito Collegamento pro Sindone (@), e il sito The Definitive Shroud of Turin FAQ ($); dove possibile, sono state riportate anche le fonti primarie.
Fonti cristiane dei primi secoli
In questa sezione sono presentate le testimonianze relative ai primi secoli di storia cristiana che sono portate da alcuni sindonologi a testimonianza dell'esistenza della Sindone di Torino in epoca antica. L'identificazione tra Sindone di Torino e Mandylion, e dunque la storia della reliquia di Edessa, non è trattata qui.
Conservazione della sindone
Vangelo degli Ebrei
Vangelo di Nicodemo
Inno della Perla
L'Inno della Perla è un poema epico in lingua siriaca, risalente probabilmente alla seconda metà del II secondo secolo, che fu incluso attorno al III secolo negli Atti di Tommaso, un'opera gnostica che descrive il viaggio e il martirio dell'apostolo Tommaso in India. Alcuni sostenitori dell'autenticità della Sindone di Torino affermano che il seguente brano sia un riferimento al telo sindonico conservato in Piemonte:
Anzitutto, l'Inno della Perla narra di un principe, inviato in Egitto da suoi regali genitori a rubare una perla ad un drago; giunto a destinazione, il principe dimentica il suo compito e la sua identità, e solo dopo aver ricevuto una lettera dai genitori egli ruba la perla e torna a casa (Bart D. Ehrman, Lost scriptures: books that did not make it into the New Testament, Oxford University Press US, 2003, ISBN 0195141822, p. 324). Colui che parla, dunque, non è Gesù, ma il principe, ed egli fa riferimento alla propria veste di seta, non ad un sudario funebre. Ogni relazione tra Sindone e Inno della Perla è dunque solo nella mente di chi legge.
Una traduzione accademica del testo rende più chiara la distanza tra Inno della Perla e Sindone (Ehrman, op. cit., p. 326); si sta parlando della veste di seta del principe, che ha dimenticato il suo rango:
La Vita di santa Nino è un'opera del IV secolo che racconta la vita di Nino, missionaria cristiana in Georgia. Nell'opera è contenuto un brano che narra:
Omelie di Cirillo di Gerusalemme
Riguardo alle omelie di Cirillo, vescovo di Gerusalemme, Wikipedia scrive:
Epifanio di Salamina
Cercando tra la mole di prove indiziarie a favore dell'esistenza della Sindone di Torino prima del XIV secolo, si possono trovare perle come pure fondi di bottiglia. Alla seconda categoria appartiene questa citazione:
Come si vede, si trattava di un tendaggio, colorato e dipinto, che fu distrutto da Epifanio, e che i fedeli del luogo non tenevano in particolare considerazione. Nessun collegamento con la Sindone di Torino, allora perché citarlo?
Rito mozarabico
Mi ci è voluto un po', ma ho trovato il testo: si tratta della inlatio del sabato dopo Pasqua. Il testo recita (Missale mixtum secundum regulam Beati Isidori dictum Mozarabes, Volume 1, Alexander Lesley, Sumptibus V. Monaldini, 1755 p. 216, 91—94):
Nel Vangelo secondo Giovanni (20:3-8), Pietro e un apostolo anonimo identificato tradizionalmente con Giovanni corrono alla tomba di Gesù; Pietro entra e vede le bende a terra e i sudario piegato in un angolo; "Giovanni" entra, «e vide, e credette».
Se questo è il brano cui l'illatio fa riferimento, e non ce ne sono altri che parlino di Pietro e Giovanni che corrono alla tomba, la traduzione della parola latina vestigia è proprio l'italiano "vestigia", che significa «segno indicatore, indizio, traccia».
Stefano II
Nel 752 fu eletto Papa un certo Stefano, che però morì prima di essere consacrato. Questo Papa eletto ma non consacrato scombina la numerazione dei Papi di nome Stefano, in quanto talvolta è considerato come Stefano II e talaltra no. Lo stesso giorno della sua morte fu eletto Papa Stefano (Orsini), che regnò fino al 757, e che è quindi noto come Papa Stefano II o III. Stefano III o IV regnò invece dal 768 al 772.
Wilson attribuisce a Stefano II/III l'affermazione che l'immagine di Gesù si sarebbe trasferita al suo sudario. Ma Stefano III/IV è famoso per aver fatto riferimento, durante il Sinodo laterano del 769, al telo inviato, secondo la leggenda, da Gesù al re edesseno Abgar, sul quale era presente l'immagine del volto di Gesù stesso (Daniel C. Scavone, "Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***"). Sembra improbabile che Stefano II/III conoscesse il telo della Sindone di Torino e il suo successore no. Possibile che Wilson si sia confuso?
Arculfo
Braulione
Codice Pray
Si osservi l'immagine a destra. Nella scena superiore è raffigurato il lavaggio del cadavere di Gesù, deposto su di un piano coperto da un telo. Nel registro inferiore è raffigurata la scena delle tre donne che si recano al sepolcro e trovano un angelo che svela la tomba vuota e indica il sudario. Prima di continuare a leggere, descrivete il sudario come è rappresentato nelle due scene, quanto è lungo, se contiene immagini o disegni o altri segni, se possiede frange o cuciture evidenti, eccetera.
L'immagine è una miniatura del Codice Pray, datato tra il 1192 e il 1195 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Budapest. Si tratta del più antico manoscritto in lingua ungherese conservatosi. Ma come è collegato alla Sindone di Torino?
Secondo i sindonologi,[Wilson, Ian, The Evidence of the Shroud, Guild Publishing: London, 1986, p. 114] si tratterebbe di una raffigurazione della Sindone di Torino: vi sarebbero raffigurati segni di bruciatura a forma di 'L' vicino ad un lato e la trama a spina di pesce, caratteristiche del telo sindonico torinese. A parte l'assenza del tratto più clamoroso della Sindone di Torino, l'immagine di Gesù morto, e l'incompatibilità della lunghezza del telo con la possibilità di contenere l'immagine fronte-retro di un essere umano, ci vuole uno sforzo notevole di fantasia per vedere i questa immagine tutto ciò che i sindonologi vorrebbero metterci.
Altre testimonianze
Vi sono altre testimonianze che sono collegate dai sindonologi al telo sindonico di Torino; quelle di seguito sono tratte da «Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***», di Daniel C. Scavone.
Nel 958, l'imperatore Costantino VII scrive una lettera in cui elenca le reliquie della Passione: tra queste cita «i sacri lini» (σπάργαvα) e la «sindon che Dio indossò». Non si parla di immagini miracolose poste su quest'ultima.
Risale al 1095 una lettera in cui l'imperatore Alessio I Comneno scrive al conte Roberto delle Fiandre, dicendo che preferirebbe che Costantinopoli fosse conquistata dagli occidentali piuttosto che dai musulmani. La ragione per questo strano invito sarebbe l'elevato numero di reliquie presenti nella città, incluse le bende di lino trovate nel sepolcro dopo la risurrezione di Gesù. Non si parla di immagini sul telo, inoltre l'autenticità della lettera è dubbia.
Nel 1150 un pellegrino inglese a Costantinopoli parla di un contenitore in oro che contiene un telo sul quale è impressa l'immagine del volto di Gesù (il Mandylion) e un sudario, «posto sulla sua testa». Non si tratta quindi della Sindone di Torino.
Sette anni dopo, il pellegrino islandese Nicholas Soemundarson parla delle reliquie della Passione conservate nel palazzo imperiale di Costantinopoli; tra esse vi sono «fasciae con sudarium e sangue di Cristo». Nessuna immagine, dunque. Ancora una testimonianza sul tesoro di reliquie costantinopolitane: questa volta è datata al 1171, quando l'arcivescovo Gugliemo di Tiro vede la sindone di Gesù, senza alcuna immagine; nel 1200, Antonio di Novgorod parla di un «linteum raffigurante il volto di Cristo», dunque non una figura intera.
Nel 1201 Nicola Mesarite, guardiano dei tesori della Cappella del Faro nel Palazzo del Bucoleone testimonia dell'esistenza delle «le sindones funebri di Cristo: esse sono di lino. Sono di materiale economico e facile da trovare, e resistono alla distruzione in quanto avvolsero il corpo incircoscritto, fragrante di mirra e nudo dopo la Passione». Anche in questo caso, non si parla di immagini, anzi, si menzionano più teli avvolti.
Nel 1203 o 1204, uno dei crociati che conquistarono Costantinopoli nella Quarta crociata, Roberto di Clary, riporta questa testimonianza:
Al 1205 risalirebbe, se i dubbi sulla sua autenticità fossero infondati, una lettera di Teodoro Angelo, nipote dell'imperatore Isacco II Angelo, indirizzata a papa Innocenzo III. Teodoro lamenta del furto del «lino in cui Nostro Signore Gesù Cristo fu avvolto dopo la sua morte e prima della risurrezione» da parte dei cavalieri Franchi. Anche in questo caso non si fa menzione di immagini.
Nel 1207, Nichola di Otranto, abate del monastero di Casole, testimonia l'esistenza a Palazzo della spargana di Gesù; normalmente con spargana si intende la fascia con la quale in passato si avvolgevano stretti i bambini, ma anche se qui Nicola stesse parlando della Sindone, cosa non indiscutibile, sarebbe strano il fatto che non menzioni il portento dell'immagine di Gesù.
Nel 1241 l'ultimo sovrano dell'Impero latino, Baldovino II, inviò a re Luigi IX di Francia alcune reliquie in pegno per un prestito. Secondo la Bolla promulgata da Baldovino nel 1247, tra queste reliquie vi erano il Mandylion e «una parte del sudarium (pars sudarii) in cui fu avvolto il corpo di Cristo nella tomba». Oltre a non menzionare alcuna immagine sul sudario, fatto ormai ricorrente nelle fonti, qui si afferma anche che al sudario fu asportata una porzione.
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Aggiornato al 1 giugno con l'aggiunta del Codice Pray.
Aggiornato al 28 maggio con l'aggiunta della Vita di santa Nino.
Anche i sindonologisti più fondamentalisti devono ammettere che non ci sono prove storiche decisive dell'esistenza della Sindone di Torino prima della metà del XIV secolo, quando comparve a Lirey, in Francia.
Cionondimeno, coloro che sostengono l'autenticità della Sindone hanno tentato di trovare indizi della sua esistenza nei tredici secoli precedenti, dato che questo lungo silenzio delle fonti sulla più importante reliquia della cristianità non può che metterli in imbarazzo.
Quello che segue è un riepilogo delle argomentazioni presentate, affiancate dalle relative contro-argomentazioni. Le fonti secondarie di queste notizie sono le pagine «Sindone di Torino» e «Storia della Sindone», da Wikipedia edizione italiana (*), «History of the Shroud of Turin», da Wikipedia edizione inglese (#), la pagina «I principali avvenimenti» dal sito Collegamento pro Sindone (@), e il sito The Definitive Shroud of Turin FAQ ($); dove possibile, sono state riportate anche le fonti primarie.
Fonti cristiane dei primi secoli
In questa sezione sono presentate le testimonianze relative ai primi secoli di storia cristiana che sono portate da alcuni sindonologi a testimonianza dell'esistenza della Sindone di Torino in epoca antica. L'identificazione tra Sindone di Torino e Mandylion, e dunque la storia della reliquia di Edessa, non è trattata qui.
Conservazione della sindone
«I sindonologi autenticisti ipotizzano che dopo la risurrezione di Gesù il lenzuolo sia stato conservato e venerato dalla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme [Vedi ad esempio E. Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", cit., p. 75.].»(*)A questo riguardo non credo che ci sia molto da dire oltre a quello che ha scritto Mauro Pesce, professore ordinario di Storia del Cristianesimo all'Università di Bologna, nel suo articolo «I vangeli e la Sindone», pubblicato nel numero monografico di MicroMega di aprile, L'inganno della Sindone. Di questo articolo ho parlato nel post «Sindone: perché non credere (II)», ma, riassumendo in due parole, l'analisi dei testi cristiani del primo cristianesimo mostra come i discepoli di Gesù non fossero interessati a conservare reliquie o altre testimonianze della vita terrena di Gesù, in quanto le consideravano inutili all'interno della loro concezione della fede.
Vangelo degli Ebrei
Nel II secolo il Vangelo degli Ebrei, uno scritto apocrifo diffuso tra i giudeo-cristiani in Palestina e andato perduto, accenna fugacemente alla sindone: «Il Signore, dopo aver dato la sindone al servo del sacerdote, apparve a Giacomo» (citato da Girolamo, Uomini illustri cap. 2 lat.). L'anonimo "servo del sacerdote" potrebbe essere identificato con l'evangelista Giovanni,[Sulla base di un'interpretazione un po' stiracchiata di Gv 18, 15, così Gino Zaninotto in Il grande libro della Sindone, 2000, p. 35.] oppure Malco,[Il "servo del sommo sacerdote" è citato in occasione dell'arresto di Gesù Gv 18, 10 e paralleli. Ipotesi riportata con prudenza da Luigi Maraldi, Tutti gli Apocrifi del Nuovo Testamento - Vangeli, 1994, p. 450.], oppure Pietro ipotizzando una corruzione del testo latino[Così Charles Harold Dodd che ipotizza la corruzione del prototermine latino petro (Pietro) in puero (ragazzo, servo), corruzione presente anche nel Codex Bobbiensis in Mc 16, 7. Un successivo copista avrebbe poi modificato puero in servo sacerdotiis (P. Baima Bollone e P.P. Benedetto, Alla ricerca dell'Uomo della Sindone, cit.).].(*)Il testo del Vangelo degli Ebrei riferisce del gesto di Gesù risorto, che consegna il sudario al servo del sacerdote (Dominus autem cum dedisset sindonem servo Sacerdotiis, ivit ad Jacobum, et apparuit ei). Il passo riportato da Girolamo non menziona alcuna immagine impressa sul telo, né fa intendere che esso fosse destinato alla comunità cristiana o oggetto di particolare devozione; Girolamo stesso, che pure riporta il brano, non mostra di conoscere la sindone di cui starebbe parlando.
Vangelo di Nicodemo
Il Vangelo di Nicodemo, datato al II secolo, nelle varie redazioni pervenute, accenna alla sindone e al sudario che sono dette presenti nel sepolcro dopo la risurrezione[Recensione greca A, 15,6-7 tr. it.; papiro copto di Torino 12,3;6-7 tr. it.; recensione latina 15,7-8 tr. it.]. Non viene aggiunto nulla di nuovo rispetto al resoconto dei vangeli sulla sindone evangelica e non si accenna ad un'immagine impressa.(*)Qui è lo stesso autore dell'articolo che conferma come la testimonianza del Vangelo di Nicodemo riprenda le informazioni contenute nei vangeli canonici a proposito delle bende usate per avvolgere Gesù; anche qui, non si fa menzione di alcuna immagine impressa sul sudario, cosa difficilmente spiegabile se l'evangelista fosse stato a conoscenza dell'immagine sindonica.
Inno della Perla
L'Inno della Perla è un poema epico in lingua siriaca, risalente probabilmente alla seconda metà del II secondo secolo, che fu incluso attorno al III secolo negli Atti di Tommaso, un'opera gnostica che descrive il viaggio e il martirio dell'apostolo Tommaso in India. Alcuni sostenitori dell'autenticità della Sindone di Torino affermano che il seguente brano sia un riferimento al telo sindonico conservato in Piemonte:
Improvvisamente, vidi la mia immagine sulla mia veste come in uno specchioSecondo alcuni sindonologi,
Me stesso e me stesso attraverso me stesso [oppure me stesso guardando all'infuori e all'interno]
Come diviso, eppure una sola sembianza
Due immagini: ma una sola sembianza del Re [dei Re, in alcune traduzioni] ($)
Se osservate una fotografia della sindone vedrete due immagini complete di un uomo, una in cui l'immagine guarda in fuori e una in dentro. In termini più moderni le chiamiamo immagine anteriore e immagine posteriore, o ventrale e frontale. Esse sono, in effetti, come in uno specchio in quanto sono complete e apparentemente perpendicolari alla superficie. Quelle parole, «come diviso, eppure una sola sembianza», risuonano con le due immagini separate che si incontrano alla sommità della testa. ($)Il problema di questa interpretazione è che è basata su di una traduzione ambigua, che lascia intendere ciò che non sta scritto nel testo.
Anzitutto, l'Inno della Perla narra di un principe, inviato in Egitto da suoi regali genitori a rubare una perla ad un drago; giunto a destinazione, il principe dimentica il suo compito e la sua identità, e solo dopo aver ricevuto una lettera dai genitori egli ruba la perla e torna a casa (Bart D. Ehrman, Lost scriptures: books that did not make it into the New Testament, Oxford University Press US, 2003, ISBN 0195141822, p. 324). Colui che parla, dunque, non è Gesù, ma il principe, ed egli fa riferimento alla propria veste di seta, non ad un sudario funebre. Ogni relazione tra Sindone e Inno della Perla è dunque solo nella mente di chi legge.
Una traduzione accademica del testo rende più chiara la distanza tra Inno della Perla e Sindone (Ehrman, op. cit., p. 326); si sta parlando della veste di seta del principe, che ha dimenticato il suo rango:
76 Ma, quando vidi improvvisamente la mia veste riflessa come in uno specchioVita di santa Nino
77 Vi percepii anche tutto me stesso
E attraverso di essa conobbi e vidi me stesso
78 Poiché sebbene avemmo origine dall'uno e medesimo eravamo parzialmente divisi
Eppure nuovamente eravamo uno, con un'unica forma.
La Vita di santa Nino è un'opera del IV secolo che racconta la vita di Nino, missionaria cristiana in Georgia. Nell'opera è contenuto un brano che narra:
E trovarono il lino, all'ingresso della tomba di Cristo, dove Pilato e sua moglie vennero. E quando lo trovarono, la moglie di Pilato chiese il lino, e se ne andò velocemente a casa sua nel Ponto e divenne un credente in Cristo.Secondo alcuni sindonologi, questa sarebbe una testimonianza della conservazione della sindone nel IV secolo. I problemi di questa affermazione sono:
- che il telo citato non reca alcuna immagine impressa, dunque non può essere la Sindone;
- che la storia è tarda, come indicato dalla raffigurazione di Pilato e di sua moglie come sostenitori dei cristiani, e persino cristiani essi stessi, almeno per quanto riguarda la moglie di Pilato;
- che secondo questa fonte la Sindone sarebbe stata nel Ponto, cioè nella Turchia settentrionale, e dunque sarebbe uno sviluppo legato alla predicazione georgiana di Nino;
- questo brano della Vita di santa Nino è presente in solo uno dei manoscritti dell'opera, datato al IX o X secolo, ed è dunque un'aggiunta tarda (Margery Wardrop, Life of Saint Nino, Gorgias Press LLC, 2006, ISBN 1593334710, p. 3).
Il Vangelo di Gamaliele riporta gli eventi della risurrezione nominando 16 volte le "bende" di Gesù. È difficile ricostruire storia e datazione del testo: si è conservato indirettamente tramite un manoscritto etiope del V-VI secolo contenente l'omelia Lamentazione di Maria di un certo Heryaqos, vescovo di Al-Bahnasa (alto Egitto), la quale riporta ampie citazioni dell'apocrifo.[Luigi Maraldi, Tutti gli Apocrifi del Nuovo Testamento - Vangeli, 1994, p. 777.] Nel testo Pilato si recò al sepolcro dopo la risurrezione, "prese le bende mortuarie, le abbracciò e, per la grande gioia, scoppiò in lacrime quasi che avvolgessero Gesù". Grazie alle bende un soldato recupera miracolosamente la vista e il "buon ladrone" viene risuscitato. Divengono oggetto di culto: "tutto il popolo, quelli della regione di Samaria e i pagani volevano vederle". In questo caso, al di là della improbabile storicità dei resoconti dell'apocrifo, il testo è storicamente importante in quanto testimonia l'esistenza di bende funebri di Gesù e il culto ad esse attribuito. Non vi è accenno ad un'immagine impressa sulle bende.(*)Tralasciando altre considerazioni, si può affermare che, al di là di ogni ragionevole dubbio, il Vangelo di Gamaliele non parli della Sindone di Torino: si parla di «bende», e non di un singolo «telo», né si accenna in alcun modo all'esistenza di una immagine impressa su di esso.
Omelie di Cirillo di Gerusalemme
Riguardo alle omelie di Cirillo, vescovo di Gerusalemme, Wikipedia scrive:
Si fa menzione della Sindone anche in due distinte omelie del IV secolo di Cirillo di Gerusalemme. Nella Catechesi quattordicesima si legge: «Molti sono i testimoni della risurrezione... la roccia del sepolcro... gli angeli di Dio... Pietro, Giovanni e Tommaso, insieme agli altri Apostoli, dei quali alcuni accorsero al sepolcro; i lini della sepoltura, coi quali fu prima avvolto, che giacenti dopo la risurrezione... le fasce sepolcrali e il sudario che lasciò risorgendo... i soldati...» (14, 22). Nella Catechesi ventesima: «Vera la morte di Cristo, vera la separazione della sua anima dal suo corpo, vera anche la sepoltura del suo santo corpo avvolto in un candido lenzuolo». (20, 7). Le catechesi si riferiscono quindi alla sindone evangelica e non forniscono criteri utili circa la storicità della Sindone di Torino. Neanche qui vi è accenno ad un'immagine impressa sui tessuti. (*)Come scritto, Cirillo, vescovo di Gerusalemme dal 347 al 387, non parla di immagini impresse sui lini né sul lenzuolo, e non sembra a conoscenza della conservazione di una tale reliquia.
Epifanio di Salamina
Cercando tra la mole di prove indiziarie a favore dell'esistenza della Sindone di Torino prima del XIV secolo, si possono trovare perle come pure fondi di bottiglia. Alla seconda categoria appartiene questa citazione:
Ad Anablatha, vicino Gerusalemme, sulla via verso Bethel, Epifanio di Salamina strappa un "velo" della dimensione adatta per uso funebre, sul quale si vede, dai contorni incerti, un'immagine umana intera. (@)Purtroppo, questa citazione è ampiamente fuorviante. La storia vera è la seguente: Epifanio, vescovo di Salamina di Cipro dal 367 al 403, racconta di essere giunto ad Anablatha, dove, in una chiesa, trovò una tenda, colorata e dipinta, raffigurante Cristo o un santo. Poiché questa raffigurazione di un essere umano gli pareva contraria alle Scritture, strappò il telo e lo diede ai custodi, dicendo loro di avvolgervi il cadavere di un povero per seppellirlo. I fedeli del posto gli chiesero di mandare loro un nuovo tendaggio.
Come si vede, si trattava di un tendaggio, colorato e dipinto, che fu distrutto da Epifanio, e che i fedeli del luogo non tenevano in particolare considerazione. Nessun collegamento con la Sindone di Torino, allora perché citarlo?
Rito mozarabico
Nel rito mozarabico, in un passo che si ritiene risalire al VI secolo, si afferma che Pietro e Giovanni videro le "impronte" del Risorto sui lini[Daniel R. Porter, The Mozarabic Rite, a Clue to the Shroud of Turin? (2004)]. (*)Il testo del rito mozarabico è fatto risalire alla illatio (l'equivalente della Praefatio nel rito romano) di un giorno del tempo di Pasqua.
Mi ci è voluto un po', ma ho trovato il testo: si tratta della inlatio del sabato dopo Pasqua. Il testo recita (Missale mixtum secundum regulam Beati Isidori dictum Mozarabes, Volume 1, Alexander Lesley, Sumptibus V. Monaldini, 1755 p. 216, 91—94):
Ad monumentum Petrus cum Johanne concurrit : recentiaque in linteaminibus defuncti : & resurgentis vestigia cernit.che può essere tradotto come:
Pietro corre con Giovanni alla tomba, e vede nelle pezze di lino le vestigia recenti del morto e risorto.Il fulcro della questione è la traduzione di vestigia (la parola latina, non quella italiana), che vuol dire «impronta, orma, vestigio, passo, pianta del piede», ma anche, in senso lato, «segno di una presenza, traccia, ricordo». Ma quale di queste due traduzioni è quella opportuna? È utile ricordare che la illatio non è un'omelia, ma un riassunto di brani dei vangeli, e cercare di risalire al brano cui fa riferimento questa illatio.
Nel Vangelo secondo Giovanni (20:3-8), Pietro e un apostolo anonimo identificato tradizionalmente con Giovanni corrono alla tomba di Gesù; Pietro entra e vede le bende a terra e i sudario piegato in un angolo; "Giovanni" entra, «e vide, e credette».
Se questo è il brano cui l'illatio fa riferimento, e non ce ne sono altri che parlino di Pietro e Giovanni che corrono alla tomba, la traduzione della parola latina vestigia è proprio l'italiano "vestigia", che significa «segno indicatore, indizio, traccia».
Stefano II
Papa Stefano II (752-757) scrive che la figura del volto e dell'intero corpo di Gesù è stata "divinamente trasferita" sul lenzuolo[Richard B. Sorensen, Summary of Challenges to the Authenticity of the Shroud of Turin (2007)]. (*)Questa fonte è fatta risalire ad una scoperta dello scrittore Ian Wilson, pubblicata nel suo libro del 1991 Holy Faces, Secret Places: An Amazing Quest for the Face of Jesus (p. 152). Non sono riuscito a trovare alcuna citazione di questo documento, ma c'è una interessante coincidenza che mi causa un dubbio su questa citazione.
Nel 752 fu eletto Papa un certo Stefano, che però morì prima di essere consacrato. Questo Papa eletto ma non consacrato scombina la numerazione dei Papi di nome Stefano, in quanto talvolta è considerato come Stefano II e talaltra no. Lo stesso giorno della sua morte fu eletto Papa Stefano (Orsini), che regnò fino al 757, e che è quindi noto come Papa Stefano II o III. Stefano III o IV regnò invece dal 768 al 772.
Wilson attribuisce a Stefano II/III l'affermazione che l'immagine di Gesù si sarebbe trasferita al suo sudario. Ma Stefano III/IV è famoso per aver fatto riferimento, durante il Sinodo laterano del 769, al telo inviato, secondo la leggenda, da Gesù al re edesseno Abgar, sul quale era presente l'immagine del volto di Gesù stesso (Daniel C. Scavone, "Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***"). Sembra improbabile che Stefano II/III conoscesse il telo della Sindone di Torino e il suo successore no. Possibile che Wilson si sia confuso?
Arculfo
Nell'opera De locis sanctis, scritta dal monaco Adamnano nel 698, è descritto il pellegrinaggio del monaco e vescovo Arculfo compiuto a Gerusalemme attorno al 670. Il pellegrino descrive il ritrovamento del sudario di Cristo ("quello che era stato posto sul suo capo nel sepolcro") e il culto ad esso attribuito (1, 10). Secondo il racconto di Arculfo, il sudario era stato prelevato dal sepolcro di Gesù da un anonimo giudeo ed era stato tramandato come patrimonio di famiglia. Tre anni prima (circa 667) era sorta una disputa sul possesso del sudario. Il re dei saraceni Navias (cioè Mu'awiya ibn Abi Sufyan) aveva chiamato i due gruppi di contendenti e buttato il lino in un fuoco, ma questo era rimasto sospeso sulle fiamme volando poi di fronte a un pretendente. Il lino era custodito in uno scrigno e venerato dal popolo, Arculfo stesso l'aveva baciato. Misurava "quasi otto piedi in lunghezza", cioè circa 2,3 metri. Arculfo non accenna a un'immagine impressa.[J. Francez, Un pseudo linceul du Christ, Paris 1935] (*)Il sudario venerato da Arculfo non è la Sindone di Torino: oltre a sbagliarsi nella dimensione del telo, Arculfo, che pure aveva baciato la reliquia, non menziona l'esistenza di un'immagine impressa.
Braulione
Nel VII secolo Braulione, vescovo di Saragozza, nella lettera 42 all'abate Tajo, cita i lini e il sudario evangelico, ipotizzando che questo sia stato conservato dagli apostoli[PL vol. 80, col. 0689A-B: Sed et illo tempore notuerunt fieri multa quae non habentur conscripta, sicut de linteaminibus, et sudario quo corpus Domini est involutum, legitur quia fuerit repertum, et non legitur quia fuerit conservatum: nam non puto neglectum esse ut futuris temporibus inde reliquiae ab apostolis non reservarentur, et caetera talia. Traduzione italiana: "Ma in quel tempo accaddero molte cose le quali non sono state scritte (nei vangeli), come i lini e il sudario nel quale fu avvolto il corpo del Signore, del quale si legge che è stato trovato ma non si legge che fu conservato: non penso che sia stato trascurato, in modo tale che gli apostoli non lo abbiano conservato per i tempi futuri, e altre cose simili."]. (*)Anche in questo caso, la fonte non accenna ad una immagine impressa. Inoltre Braulione afferma di pensare che il sudario non possa essere stato conservato dagli apostoli, ma non sembra sapere che il sudario sia giunto ai suoi tempi.
Codice Pray
Si osservi l'immagine a destra. Nella scena superiore è raffigurato il lavaggio del cadavere di Gesù, deposto su di un piano coperto da un telo. Nel registro inferiore è raffigurata la scena delle tre donne che si recano al sepolcro e trovano un angelo che svela la tomba vuota e indica il sudario. Prima di continuare a leggere, descrivete il sudario come è rappresentato nelle due scene, quanto è lungo, se contiene immagini o disegni o altri segni, se possiede frange o cuciture evidenti, eccetera.L'immagine è una miniatura del Codice Pray, datato tra il 1192 e il 1195 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Budapest. Si tratta del più antico manoscritto in lingua ungherese conservatosi. Ma come è collegato alla Sindone di Torino?
Secondo i sindonologi,[Wilson, Ian, The Evidence of the Shroud, Guild Publishing: London, 1986, p. 114] si tratterebbe di una raffigurazione della Sindone di Torino: vi sarebbero raffigurati segni di bruciatura a forma di 'L' vicino ad un lato e la trama a spina di pesce, caratteristiche del telo sindonico torinese. A parte l'assenza del tratto più clamoroso della Sindone di Torino, l'immagine di Gesù morto, e l'incompatibilità della lunghezza del telo con la possibilità di contenere l'immagine fronte-retro di un essere umano, ci vuole uno sforzo notevole di fantasia per vedere i questa immagine tutto ciò che i sindonologi vorrebbero metterci.
Altre testimonianze
Vi sono altre testimonianze che sono collegate dai sindonologi al telo sindonico di Torino; quelle di seguito sono tratte da «Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***», di Daniel C. Scavone.
Nel 958, l'imperatore Costantino VII scrive una lettera in cui elenca le reliquie della Passione: tra queste cita «i sacri lini» (σπάργαvα) e la «sindon che Dio indossò». Non si parla di immagini miracolose poste su quest'ultima.
Risale al 1095 una lettera in cui l'imperatore Alessio I Comneno scrive al conte Roberto delle Fiandre, dicendo che preferirebbe che Costantinopoli fosse conquistata dagli occidentali piuttosto che dai musulmani. La ragione per questo strano invito sarebbe l'elevato numero di reliquie presenti nella città, incluse le bende di lino trovate nel sepolcro dopo la risurrezione di Gesù. Non si parla di immagini sul telo, inoltre l'autenticità della lettera è dubbia.
Nel 1150 un pellegrino inglese a Costantinopoli parla di un contenitore in oro che contiene un telo sul quale è impressa l'immagine del volto di Gesù (il Mandylion) e un sudario, «posto sulla sua testa». Non si tratta quindi della Sindone di Torino.
Sette anni dopo, il pellegrino islandese Nicholas Soemundarson parla delle reliquie della Passione conservate nel palazzo imperiale di Costantinopoli; tra esse vi sono «fasciae con sudarium e sangue di Cristo». Nessuna immagine, dunque. Ancora una testimonianza sul tesoro di reliquie costantinopolitane: questa volta è datata al 1171, quando l'arcivescovo Gugliemo di Tiro vede la sindone di Gesù, senza alcuna immagine; nel 1200, Antonio di Novgorod parla di un «linteum raffigurante il volto di Cristo», dunque non una figura intera.
Nel 1201 Nicola Mesarite, guardiano dei tesori della Cappella del Faro nel Palazzo del Bucoleone testimonia dell'esistenza delle «le sindones funebri di Cristo: esse sono di lino. Sono di materiale economico e facile da trovare, e resistono alla distruzione in quanto avvolsero il corpo incircoscritto, fragrante di mirra e nudo dopo la Passione». Anche in questo caso, non si parla di immagini, anzi, si menzionano più teli avvolti.
Nel 1203 o 1204, uno dei crociati che conquistarono Costantinopoli nella Quarta crociata, Roberto di Clary, riporta questa testimonianza:
Esiste un'altra delle chiese, che chiamano Mia Signora Santa Maria di Blachernae, dove era conservata la sydoines in cui Nostro Signore fu avvolto, che era sollevata ogni venerdì, in modo che le fattezze di Nostro Signore fossero in piena vista.Questa è la migliore freccia nell'arco dei sindonologi. Anche se bisogna sottolineare che Roberto non afferma di aver visto la sindone, né che essa portasse impressa l'immagine del corpo di Gesù.
Al 1205 risalirebbe, se i dubbi sulla sua autenticità fossero infondati, una lettera di Teodoro Angelo, nipote dell'imperatore Isacco II Angelo, indirizzata a papa Innocenzo III. Teodoro lamenta del furto del «lino in cui Nostro Signore Gesù Cristo fu avvolto dopo la sua morte e prima della risurrezione» da parte dei cavalieri Franchi. Anche in questo caso non si fa menzione di immagini.
Nel 1207, Nichola di Otranto, abate del monastero di Casole, testimonia l'esistenza a Palazzo della spargana di Gesù; normalmente con spargana si intende la fascia con la quale in passato si avvolgevano stretti i bambini, ma anche se qui Nicola stesse parlando della Sindone, cosa non indiscutibile, sarebbe strano il fatto che non menzioni il portento dell'immagine di Gesù.
Nel 1241 l'ultimo sovrano dell'Impero latino, Baldovino II, inviò a re Luigi IX di Francia alcune reliquie in pegno per un prestito. Secondo la Bolla promulgata da Baldovino nel 1247, tra queste reliquie vi erano il Mandylion e «una parte del sudarium (pars sudarii) in cui fu avvolto il corpo di Cristo nella tomba». Oltre a non menzionare alcuna immagine sul sudario, fatto ormai ricorrente nelle fonti, qui si afferma anche che al sudario fu asportata una porzione.
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lunedì 17 maggio 2010
Prove della falsità della Sindone di Torino
Un blogger cattolicista ha recentemente affermato riguardo alla Sindone di Torino: "Da parte mia ritengo che ci siano una sufficiente messe di prove indiziarie in altro senso per ritenere che nell'esame del C14 qualcosa sia andato storto. Perchè quale altra prova abbiamo che sia un falso, se non quella?"
Ho perciò pensato di elencare le prove della non-autenticità della Sindone di Torino. Nella maggior parte dei casi, si tratta di prove indiziarie, ma prese tutte assieme depongono nettamente a sfavore dell'autenticità della Sindone di Torino:
Lo schema di queste prove è ripreso dall'articolo «Perché la Sindone è un falso», di Luigi Garlaschelli, in L'inganno della Sindone, numero monografico di MicroMega dell'aprile 2010.
Ho perciò pensato di elencare le prove della non-autenticità della Sindone di Torino. Nella maggior parte dei casi, si tratta di prove indiziarie, ma prese tutte assieme depongono nettamente a sfavore dell'autenticità della Sindone di Torino:
- non si fa menzione della Sindone prima del XIV secolo (e no, la Sindone di Torino non è il Mandylion di Edessa);
- le autorità ecclesiastiche dell'epoca la dichiararono un falso;
- la Sindone è incompatibile con le vere sindoni ebraiche del I secolo ritrovate dagli archeologi (mentre è compatibile con un telo medioevale del XIV secolo);
- la crocifissione presupposta dall'immagine sindonica è incompatibile con la crocifissione romana come ricostruita dagli storici e dagli archeologi;
- vi sono errori prospettici ed anatomici della figura umana presente sul telo, come incongruenze anatomiche;
- non vi è presenza di sangue sul telo, mentre sono presenti tracce di coloranti;
- la datazione col metodo del carbonio-14 fa risalire il telo alla prima metà del XIV secolo circa.
Lo schema di queste prove è ripreso dall'articolo «Perché la Sindone è un falso», di Luigi Garlaschelli, in L'inganno della Sindone, numero monografico di MicroMega dell'aprile 2010.
venerdì 7 maggio 2010
Sindone: perché non credere (III)
Continuo la mia recensione della monografia L'inganno della Sindone, allegata al numero di aprile di MicroMega. I post su questa monografia sono contrassegnati dall'etichetta "L'inganno della Sindone".
Perché la Sindone è un falso
Luigi Garlaschelli
Quello di Luigi Garlaschelli, professore di Chimica presso l'Università di Pavia, è il contributo più lungo della monografia, con oltre venti pagine. Lo scopo di questo saggio è duplice: elencare sommariamente le prove della non-autenticità della Sindone e presentare i risultati dei tentativi di riproduzione della Sindone stessa portati avanti da Garlaschelli e dal suo gruppo.
L'elenco delle prove della non-autenticità della Sindone comprende diversi aspetti, sia storici che scientifici. Garlaschelli ricorda come non vi sia menzione della Sindone prima del XIV secolo e di come le autorità ecclesiastiche dell'epoca lo dichiarassero un falso (il vescovo che ne indagò le origini riferì di aver trovato il pittore che l'aveva dipinta ingegnosamente); evidenzia l'incompatibilità tra la Sindone e le vere sindoni ebraiche del I secolo ritrovate dagli archeologi (e la sua compatibilità con un telo medioevale del XIV secolo) e tra la crocifissione romana come ricostruita dagli storici e dagli archeologi e quella presupposta dall'immagine sindonica; sottolinea gli errori prospettici ed anatomici della figura umana presente sul telo, come pure le incongruenze anatomiche (le mani chiuse sul pube senza essere legate, i versamenti di sangue, in direzioni errate il colore troppo rosso dello stesso, eccetera). Infine, Garlaschelli riassume sommariamente i risultati delle tre commissioni d'indagine: quella voluta dal cardinale Pellegrino nel 1973, che diede esito negativo riscontrando pigmenti invece che sangue; quella del 1978 voluta dal cardinale Ballestrero, il cui microscopista McCrone trovò tracce di colorante ma fu esautorato dagli altri membri della commissione, i quali invece affermarono di aver trovato sangue umano, sebbene i loro test siano stati successivamente invalidati; quella infine del 1988, che effettuò una datazione col metodo del carbonio-14, il cui risultato fu l'inizio del XIV secolo.
L'elenco di prove contro l'autenticità della Sindone è impressionante, il solo peso di questo elenco fa spostare la bilancia del giudizio in favore della non-autenticità. Certo i sindonologi hanno controbattuto a molte di queste argomentazioni, ma il loro gioco è pericoloso: per confutare l'autenticità della Sindone basta che una sola delle prove portate contro di essa sia vera. E le prove della non-autenticità sono talmente numerose e robuste che si può dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la Sindone è un falso.
La seconda parte del saggio di Garlaschelli riguarda i tentativi di riproduzione della Sindone. Garlaschelli ricorda come nel memorandum del 1389 del vescovo Pierre d'Arcis, indirizzato a papa Clemente VII, si affermi che il pittore della Sindone utilizzò un «metodo astuto». Ripercorre poi i vari tentativi fatti di riprodurre la sindone, analizzandone i difetti. Infine, descrive le caratteristiche dell'immagine della Sindone e la tecnica di riproduzione della stessa messa a punto da lui e dal suo gruppo. Garlaschelli afferma che:
Perché la Sindone è un falso
Luigi Garlaschelli
L'elenco delle prove della non-autenticità della Sindone comprende diversi aspetti, sia storici che scientifici. Garlaschelli ricorda come non vi sia menzione della Sindone prima del XIV secolo e di come le autorità ecclesiastiche dell'epoca lo dichiarassero un falso (il vescovo che ne indagò le origini riferì di aver trovato il pittore che l'aveva dipinta ingegnosamente); evidenzia l'incompatibilità tra la Sindone e le vere sindoni ebraiche del I secolo ritrovate dagli archeologi (e la sua compatibilità con un telo medioevale del XIV secolo) e tra la crocifissione romana come ricostruita dagli storici e dagli archeologi e quella presupposta dall'immagine sindonica; sottolinea gli errori prospettici ed anatomici della figura umana presente sul telo, come pure le incongruenze anatomiche (le mani chiuse sul pube senza essere legate, i versamenti di sangue, in direzioni errate il colore troppo rosso dello stesso, eccetera). Infine, Garlaschelli riassume sommariamente i risultati delle tre commissioni d'indagine: quella voluta dal cardinale Pellegrino nel 1973, che diede esito negativo riscontrando pigmenti invece che sangue; quella del 1978 voluta dal cardinale Ballestrero, il cui microscopista McCrone trovò tracce di colorante ma fu esautorato dagli altri membri della commissione, i quali invece affermarono di aver trovato sangue umano, sebbene i loro test siano stati successivamente invalidati; quella infine del 1988, che effettuò una datazione col metodo del carbonio-14, il cui risultato fu l'inizio del XIV secolo.
L'elenco di prove contro l'autenticità della Sindone è impressionante, il solo peso di questo elenco fa spostare la bilancia del giudizio in favore della non-autenticità. Certo i sindonologi hanno controbattuto a molte di queste argomentazioni, ma il loro gioco è pericoloso: per confutare l'autenticità della Sindone basta che una sola delle prove portate contro di essa sia vera. E le prove della non-autenticità sono talmente numerose e robuste che si può dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la Sindone è un falso.
Il risultato possiede la maggior parte delle caratteristiche di quelle della Sindone: pseudo-negatività, toni sfumati, superficialità, proprietà 3D, non fluorescenza eccetera.Il saggio è inteso come un agile riassunto delle prove della non-autenticità della Sindone e raggiunge il suo scopo. Per una più approfondita trattazione di queste prove, l'autore rimanda alle opere in bibliografia. La mia impressione è che avrebbe potuto dedicare qualche riga a rispondere alle critiche avanzate sulla sua tecnica di ricostruzione, ma forse l'autore ha riservato questo compito ad una futura pubblicazione.
domenica 2 maggio 2010
Sindone: perché non credere (II)
Continuo la mia recensione della monografia L'inganno della Sindone, allegata al numero di aprile di MicroMega. I post su questa monografia sono contrassegnati dall'etichetta "L'inganno della Sindone".
I vangeli e la Sindone
Mauro Pesce
Dopo aver parlato del carteggio tra Piergiorgio Odifreddi e Giuseppe Ghiberti, passo al contributo di Mauro Pesce, professore ordinario di Storia del Cristianesimo all'Università di Bologna. Il saggio di Pesce analizza i testi del cristianesimo primitivo per rispondere a tre domande sulla storia della Sindone, intesa come telo di lino con l'immagine di un uomo fino ai piedi, e sul tipo di religiosità che ad essa è collegata:
L'analisi di altri brani dal Vangelo secondo Giovanni fa anche concludere a Pesce che il tipo di fede dei cristiani delle origini non prevedeva l'uso di reliquie o altri segni:
L'analisi di Pesce termina con una domanda:
Un brano del saggio del professor Pesce è stato pubblicato sul blog La poesia e lo spirito: «La sindone e la religione dei primi cristiani».
I vangeli e la Sindone
Mauro Pesce
Ho deciso quindi di rivolgermi ai testi del primo cristianesimo per vedere: a) se in essi si parli della Sindone; b) da quando si comincia a parlare della Sindone nel cristianesimo; c) se nel cristianesimo antico esistano forme di religiosità che possono accettare come tollerabile un culto come quello della Sindone che oggi viene proposto.Pesce inizia analizzando i brani dei vangeli canonici che narrano della deposizione di Gesù dalla croce, della deposizione del suo corpo nella tomba, e della successiva scoperta della sua risurrezione. L'analisi comparata dei brani è come sempre molto interessante, e magari la riproporrò in un post futuro. Qui basta ricordare le conclusioni a cui giunge Pesce dopo questa analisi. Nei quattro vangeli canonici non vi è traccia di un telo unico (sindon) con una qualsiasi raffigurazione di Gesù impressa; in particolare il racconto dettagliato contenuto nel Vangelo secondo Giovanni sembra escludere la possibilità che sul sudario di Gesù ritrovato nella sua tomba dopo la risurrezione vi fosse una immagine. Inoltre né i testi canonici né i commenti dei Padri della Chiesa autorizzano a credere che i discepoli abbiano conservato il telo funebre di Gesù.
L'analisi di altri brani dal Vangelo secondo Giovanni fa anche concludere a Pesce che il tipo di fede dei cristiani delle origini non prevedeva l'uso di reliquie o altri segni:
Il cristianesimo primitivo non aveva bisogno alcuno di un lenzuolo con un'immagine di Cristo impressa. Il bisogno di statue, di oggetti e immagini sacre era invece caratteristico della religiosità cosiddetta pagana di allora.Anche l'analisi dei testi cristiani dei primi secoli non inclusi nel canone non dà frutti. Sebbene il telo funebre di Gesù sia citato in diversi testi — Vangelo secondo gli Ebrei, Vangelo di Pietro, Atti di Tommaso, Vita di Gesù in arabo, Atti di Filippo, Vangelo di Nicodemo —, in nessuno si parla dell'immagine impressa sul telo stesso. La prima menzione di una reliquia di Gesù recante la sua immagine è contenuta negli Atti di Taddeo, risalenti al VII secolo, in cui si narra di come Gesù mandò al re edesseno Abgar un telo su cui era impresso il volto di Gesù stesso.
L'analisi di Pesce termina con una domanda:
I discepoli storici di Gesù dopo la sua morte non ebbero bisogno della Sindone, non ne ebbe bisogno la Chiesa antica. Oggi non ce n'è bisogno per la fede cristiania. Ma, allora, a cosa serve la Sindone? Che tipo di religione esprime o suggerisce alle folle, ai credenti e ai non credenti?Continua.
Un brano del saggio del professor Pesce è stato pubblicato sul blog La poesia e lo spirito: «La sindone e la religione dei primi cristiani».
sabato 1 maggio 2010
Sindone: perché non credere (I)
È uscito in edicola in numero di aprile 2010 di MicroMega. Non avevo mai acquistato questo mensile, ma sul blog di Antonio Lombatti avevo letto che questo numero sarebbe stato speciale, in quanto vi sarebbe stato allegato una monografia sulla Sindone di Torino intitolata L'inganno della Sindone. In questo periodo, in cui l'ostensione della reliquia sta portando decine di migliaia di pellegrini a Torino, credo sia utile riassumere le numerose ragioni per cui questo reperto è un falso.E L'inganno della Sindone è proprio questo: un ottimo riassunto delle ragioni per le quali si può affermare con ragionevole certezza che quello di Torino non è il lenzuolo in cui fu avvolto Gesù, ma un telo medioevale su cui è stata impressa un'immagine allo scopo di spacciarlo per reliquia del fondatore del Cristianesimo.
Questo libretto di centododici pagine è indirizzato a coloro che sono interessati ad una trattazione precisa ma non accademica della materia. I saggi al suo interno contengono riferimenti ad articoli scientifici e ad altre monografie; questo è utile per sottolineare che le argomentazioni presentate non sono speculazioni dei rispettivi autori ma panoramiche dei risultati ottenuti in campo accademico, e per permettere di approfondire gli studi a chi fosse interessato. Per questo motivo i testi sono leggibili e chiari, e non usano terminologie scientifico-tecniche, senza però perdere di rigore.
La Sindone esposta in questi giorni a Torino è un falso. O meglio, è un vero telo di lino di produzione medioevale, ed è vero — al di là di ogni ragionevole dubbio — che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il corpo di un profeta ebraico itinerante in Galilea ai tempi dell'imperatore Tiberio, morto per crocefissione a Gerusalemme sotto l'imputazione di lesa maestà all'impero romano. In questo volume esponiamo una raccolta sommaria, ma già così inoppugnabile, delle prove storiche e scientifiche che escludono la possibilità contraria.Diavolo e acqua santa a confronto sulla Sindone
Piergiorio Odifreddi e Giuseppe Ghiberti
Si inizia con un carteggio tra Piergiorgio Odifreddi e Giuseppe Ghiberti. Il primo, professore universitario di matematica, è probabilmente il più famoso ateo italiano, quantomeno dal punto di vista mediatico; il secondo è un vescovo, presidente della Commissione per la sindone della diocesi di Torino. Il loro confronto permette di riassumere due posizioni sull'autenticità della Sindone e sul suo significato: quella degli scettici e quella ufficiale della Chiesa cattolica.Odifreddi ricorda come la Sindone di Torino sia comparsa nel XIV secolo, di come fosse da subito indicata come un'opera dell'uomo, e come l'analisi col metodo del carbonio-14 abbia permesso di datarla al quello stesso periodo. La posizione di Odifreddi è dunque che «coloro che hanno [...] orecchie per intendere, intendono che il fatto miracoloso non sussiste. Per me, dunque il caso è chiuso».
Per il vescovo le domande sull'autenticità del telo e sulla formazione dell'immagine sono interessanti (e lui è dell'opinione che non sia stata ancora dimostrata la non autenticità della Sindone), ma le risposte non sono condizionanti. Ghiberti sostiene infatti che il punto è un altro: l'interesse fondamentale della Sindone «consiste nell'essere un segno e questo funziona indipendentemente dalla consistenza della sua natura». La Sindone svolge dunque un ruolo di segno a prescindere dalla sua autenticità. Essa fa infatti nascere un sentimento di compassione nel cuore di chi guarda quella raffigurazione di un uomo torturato, e, per chi crede, un avvicinamento alla figura di Gesù: «se chi guarda ha la fede, nasce un sentimento spontaneo di interesse affettuoso per un oggetto testimone di un evento tanto importante per la sua vita». (A questo punto mi sento di notare una contraddizione nel ragionamento di Ghiberti: se il sentimento nasce spontaneamente a prescindere dall'autenticità della reliquia, allora l'oggetto non deve essere testimone dell'evento di cui parla il vescovo. Questo "sentimento" dovrebbe essere poi suscitato da qualunque raffigurazione della morte cruenta di Gesù, ma non mi pare che la Chiesa organizzi proiezioni pubbliche de La passione di Cristo di Mel Gibson)
Il professore risponde che, a differenza di quanto crede Ghiberti, la Sindone di Torino è stata già falsificata, che la datazione ha già dimostrato che non si tratta di una reliquia autentica. Odifreddi contesta anche l'affermazione che la Sindone sia presentata solo come un segno, inserendola invece in un più ampio progetto di convincimento dei credenti. «È il circo mediatico dell'ostensione che mi dà fastidio. Non tanto, o non solo, perché considero la Sindone un falso. Ma anche, e soprattutto, perché essa costituisce uno dei tanti tasselli di un mosaico di superstizioni rudimentali e credulità popolari che la Chiesa cavalca».
Ghiberti ribadisce di non essere convinto della non autenticità della Sindone e rivendica la funzione di segno della Sindone: chi ha fede inizierà un cammino di riflessione personale, altri si dedicheranno alla ricerca scientifica.
Una piccola riflessione personale. Leggendo questo scambio, sembrerebbe di assistere al proverbiale dialogo tra sordi. Data la mia formazione, mi sento più vicino ad Odifreddi, e ne condivido il probabile stupore dinanzi ad un certo atteggiamento di chi ha fede, quello di sembrare indifferenti alla probabile a-storicità della loro fede. Ammetto di non aver compreso bene questo atteggiamento, ma mi pare di rivederlo chiaramente in Ghiberti: egli afferma di non credere nella non autenticità della Sindone, ma che al contempo la cosa lo lasci indifferente. Condivido a questo punto la critica di Odifreddi: se la Chiesa ritiene davvero che la Sindone sia solo un segno, perché "cavalca" l'onda di coloro che ne sostengono l'autenticità? I pellegrini che si accalcano dinanzi alla reliquia della morte di Gesù a Torino, continuerebbero a farlo se fosse detto loro che è solo un segno? Io direi di no, ma inizio a ricredermi.
Continua...
Nella foto, Giuseppe Ghiberti e Piergiorgio Odifreddi.
giovedì 4 marzo 2010
I "sindonologi", difensori della fede (I)
Si avvicina l'ostensione della Sindone di Torino e i "sindonologi" iniziano a fremere, dato che saranno loro a finire sotto la luce dei riflettori, loro e i loro libri.
Naturalmente l'autenticità della Sindone è al centro delle discussioni e dei libri, più che altro perché se si accettassero le conclusioni delle datazioni al carbonio 14, che fanno risalire la tessitura della Sindone al XIV secolo, si dovrebbe rinunciare alle interviste, ai libri, e ovviamente alla stessa ostensione (che, non dimentichiamolo, mette in moto un giro di denaro non indifferente).
Alcuni sindonologi incappano in svarioni, in questi momenti di eccitata attività, e, manco a farlo apposta, questi svarioni puntano sempre in direzione dell'autenticità della Sindone di Torino. In uno di questi è incappato Pier Luigi Baima Bollone.
Baima Bollone è un professore universitario di medicina, noto sindonologo e autore di opere quali Psicologia di Gesù e Psicologia di Mussolini. Ha contribuito alla ricerca sull'autenticità della Sindone con studi sulla presenza di resti di sangue umano sul telo, ed è stato nominato Direttore onorario del Centro Internazionale di Sindonologia, una costola della Confraternita del Santissimo Sudario della Diocesi di Torino.
Come segnalato da Antonio Lombatti nel suo post "Sindonologia disonesta", Baima Bollone ha affermato in un'intervista alla Radio Vaticana che le prove radiometriche del carbonio 14 «sono state sconfessate pubblicamente dallo stesso laboratorio di Oxford che eseguì le analisi». Eppure lo stesso Lombatti aveva in passato ricostruito l'origine di questa diceria, giungendo a trovare l'originale della dichiarazione del direttore del laboratorio ossoniense, che, però, dice l'esatto contrario di quanto affermato da Baima Bollone.
Certo, potrebbe trattarsi di un lapsus, ma nella stessa intervista Baima Bollone spiega le ragioni dello studio della Sindone, le sue ragioni: secondo Baima Bollone, gli studi non ricercano «la verità ultima sull’immagine piuttosto, come lo definì Giovanni Paolo II, “il volto eloquente e silenzioso della Sindone” evidenzia “la fragilità della ragione nel cogliere la storia di quell’Uomo rimasto impresso sul telo per restare per sempre sotto gli occhi del mondo”».
Se si parte da questi presupposti, se l'oggetto della ricerca è così "alto", tutto il resto perde di importanza, e non si bada agli "effetti collaterali", a costo di far vittime come la verità.
Naturalmente l'autenticità della Sindone è al centro delle discussioni e dei libri, più che altro perché se si accettassero le conclusioni delle datazioni al carbonio 14, che fanno risalire la tessitura della Sindone al XIV secolo, si dovrebbe rinunciare alle interviste, ai libri, e ovviamente alla stessa ostensione (che, non dimentichiamolo, mette in moto un giro di denaro non indifferente).
Alcuni sindonologi incappano in svarioni, in questi momenti di eccitata attività, e, manco a farlo apposta, questi svarioni puntano sempre in direzione dell'autenticità della Sindone di Torino. In uno di questi è incappato Pier Luigi Baima Bollone.
Baima Bollone è un professore universitario di medicina, noto sindonologo e autore di opere quali Psicologia di Gesù e Psicologia di Mussolini. Ha contribuito alla ricerca sull'autenticità della Sindone con studi sulla presenza di resti di sangue umano sul telo, ed è stato nominato Direttore onorario del Centro Internazionale di Sindonologia, una costola della Confraternita del Santissimo Sudario della Diocesi di Torino.
Come segnalato da Antonio Lombatti nel suo post "Sindonologia disonesta", Baima Bollone ha affermato in un'intervista alla Radio Vaticana che le prove radiometriche del carbonio 14 «sono state sconfessate pubblicamente dallo stesso laboratorio di Oxford che eseguì le analisi». Eppure lo stesso Lombatti aveva in passato ricostruito l'origine di questa diceria, giungendo a trovare l'originale della dichiarazione del direttore del laboratorio ossoniense, che, però, dice l'esatto contrario di quanto affermato da Baima Bollone.
Certo, potrebbe trattarsi di un lapsus, ma nella stessa intervista Baima Bollone spiega le ragioni dello studio della Sindone, le sue ragioni: secondo Baima Bollone, gli studi non ricercano «la verità ultima sull’immagine piuttosto, come lo definì Giovanni Paolo II, “il volto eloquente e silenzioso della Sindone” evidenzia “la fragilità della ragione nel cogliere la storia di quell’Uomo rimasto impresso sul telo per restare per sempre sotto gli occhi del mondo”».
Se si parte da questi presupposti, se l'oggetto della ricerca è così "alto", tutto il resto perde di importanza, e non si bada agli "effetti collaterali", a costo di far vittime come la verità.
giovedì 17 dicembre 2009
La Sindone di Torino è un falso, ma molti ci vogliono credere lo stesso
Una presunta "prova", addirittura testimonianza della risurrezione, dovrebbe essere la famigerata Sindone di Torino (dire "sindone" e basta non è sufficiente, dato che ne esistono diverse): secondo i credenti, recherebbe i segni del corpo di Gesù morto, essendo il lenzuolo funebre con cui fu avvolto. La posizione ufficiale della Chiesa sull'autenticità del reperto è cauta, ma intanto programma ostensioni, come quella del 2010, che permetteranno, tra le altre cose, alla pingue cassa vaticana di introitare il denaro dei fedeli, e pure quello di chi non crede (si veda lo stanziamento di quasi due milioni di euro del Comune e della Provincia di Torino): intanto si tengono il denaro e gli altri benefici legati a questa "reliquia", se poi dovesse rivelarsi falsa...
Il problema di tale punto di vista è che la Sindone di Torino è un falso, di epoca medioevale, e la Chiesa lo sa: un esame col metodo del carbonio-14, effettuato nel 1988, ha datato il telo all'intervallo 1260-1390. Ma - guarda il caso! - si tratta proprio dell'epoca in cui è "comparsa" la Sindone, la cui prima testimonianza storica risale al 1357.
Malgrado ciò, proprio per quel bisogno di sentire la propria fede più salda grazie a prove concrete, molti cristiani continuano a sostenere che la Sindone di Torino sia vera, e difendono a spada tratta questa loro convinzione anche di fronte alle prove del contrario. Il buffo è che nel far ciò, spesso usano due pesi e due misure. Vorrei analizzare allora due momenti, recenti ed importanti, nel dibattito (posticcio) sull'autenticità della Sindone di Torino (falso medioevale).
Nell'ottobre 2009, Luigi Garlaschelli, ricercatore del Dipartimento di Chimica organica all'Università di Pavia, afferma di aver riprodotto delle copie della Sindone di Torino. La notizia consiste proprio nella riproduzione di un telo simile a quello sindonico: i "credenti" hanno sempre affermato che l'impossibilità ad ottenere qualcosa di simile all'originale fosse una prova dell'autenticità della Sindone (posizione alquanto illogica, dato che l'onere della prova è a carico di chi afferma l'autenticità, ma lasciamo perdere). Garlaschelli riproduce non una, ma tre sindoni, le cui caratteristiche sono simili a quelle della Sindone di Torino, ma i "credenti" non cedono, affermando che questo non dimostra nulla, che la riproduzione deve essere identica all'originale.
Due mesi dopo, a metà dicembre, si diffonde la notizia del ritrovamento di una sindone palestinese del I secolo (incidentalmente, la sindone autentica è stata trovata ad Akeldamà, il campo che fu acquistato da Giuda con i soldi del tradimento di Gesù). La notizia è vecchia, dato che il ritrovamento è del 1998, ma ancor più categorica di quella precedente nel sancire che la Sindone di Torino è un falso. La sindone di Akeldamà, infatti, è completamente differente dalla Sindone di Torino: è composta da un fazzoletto che ricopre il volto e da più pezzi usati per avvolgere strettamente il cadavere, oltre ad essere intessuta con un filo ed una tecnica di filatura completamente differenti da quelli della sindone torinese, che invece è un telo unico, di filatura simile solo ad un altro telo del XIV secolo.
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