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martedì 19 aprile 2011

Ritrovamento di una delle steli dedicate ai caduti a Maratona (e piccola riflessione sulle prove storiche)

È una scoperta archeologica e storica di notevole spessore, ma dubito che finirà per avere un qualche rilievo sui giornali o la televisione. Perché? Semplice, perché questa è storia, non una bufala come i presunti codici di piombo col ritratto di Gesù, la fine del mondo predetta dai Maya o persino i microbi alieni sulla Terra.

Nella villa di Erode Attico (un interessante personaggio!) è stata ritrovata un paio di anni fa una stele recante una ventina di nomi (scritti bustrofedicamente in diagonale sulla stele). Secondo gli studiosi che l'hanno esaminata, si tratta di una delle dieci steli di marmo bianco erette dalle dieci tribù ateniesi (in questo caso si tratta della tribù Erechtheis) nei pressi della piana di Maratona per commemorare i 192 caduti ateniesi nella battaglia di Maratona del 490 a.C. (esattamente 2500 anni fa a settembre di quest'anno). La stele, che non può essere stata eretta dopo il 403 a.C. ma che probabilmente è precedente, elenca i nomi dei soldati di quella tribù che caddero in battaglia, e fu portata da Erode nella sua villa in quanto il ricco ateniese affermava di discendere dalla famiglia di Milziade, il generale ateniese che combatté a Maratona.

Ma c'è un'ulteriore ragione per questo articolo. Tempo fa parlai della differenza tra storia e mito, o meglio del tipo di prove che gli storici cercano nelle loro ricostruzioni del passato e di quelle di cui i fedeli si accontentano per sostenere che la propria versione degli eventi storici legati alla loro religione sia quella vera. Ecco, questo ritrovamento dimostra come degli eventi storici più disparati si possano trovare prove che confermano (in questo caso) o smentiscono le ricostruzioni degli storici; nel caso delle religioni, invece, o le prove non ci sono, o confermano quanto sostenuto dai fedeli oppure sono "eretiche". Una differenza non da poco.

«Marathon Casualty List?», Rogueclassicism, 18 aprile 2011; Diana Gilliland Wright, «The Marathon Stone», Surprised by Time, 9 aprile 2011; Nikolaos Markoulakis, «The Tumulus of Marathon a creation of Herodes Atticus», Sparta, 9 maggio 2009. La foto della stele proviene dalla pubblicazione Horos [17-21 (2004-2009) 679-692].

lunedì 7 febbraio 2011

«Non c'è crimine per coloro che hanno Cristo»

Shenoute era un monaco cristiano egiziano, vissuto all'inizio del V secolo, famoso per aver fondato un monastero e per la sua lotta contro il paganesimo. È uno dei più importanti santi della Chiesa copta. Tra i suoi avversari vi fu il ricco Gesio:
Shenoute e i suoi seguaci presero la legge nelle loro mani, saccheggiarono la casa del pagano e distrussero i suoi idoli. In risposta all'accusa di lesteia — banditismo, crimine, violenza illegale —avanzatagli contro dal magnate, Shenoute proclamò che «non c'è crimine per coloro che hanno Cristo». Questa affermazione esprime chiaramente un paradigma di estremismo religioso, una fede nel fatto che il giusto zelo per Dio trascenda considerazioni sulla legge e l'ordine terreni.
Il brano precedente è estratto dal libro di Michael Gaddis sulla violenza religiosa nell'Impero romano cristiano, intitolato opportunamente There Is No Crime for Those Who Have Christ - Religious Violence in the Christian Roman Empire (University of California Press, 2005, ISBN 0-520-24104-5).

sabato 25 dicembre 2010

Fulminata e fulminati: il cattivo rapporto di un apologeta con la storia

Di Rino Cammilleri ho già parlato diverse volte: scrive articoli taglienti e diretti per Il Giornale, per la rivista di apologetica Il Timone e su di un blog intitolato «Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea». Purtroppo, però, si tratta di un apologeta con un pessimo rapporto con le fonti storiche, che distorce malamente per piegarle alle sue esigenze, ignorando che le fonti "si ribellano" sbugiardando il loro manipolatore.

Gli infortuni in cui è incappato e di cui mi sono accorto sono molteplici. Per denigrare Ipazia si appella ad uno storico morto 75 anni prima dei fatti («Ipazia e il diabolico Cammilleri»); per attaccare Galileo, lo accusa di non conoscere la teoria delle maree e di sostenerne una sbagliata, quando questa fu formulata correttamente solo da Newton diversi anni dopo («Galileo e le maree, ovvero Cammilleri colpisce ancora »); anche quando se la prende con l'ultimo imperatore romano pagano, Giuliano, Cammilleri sciorina la sua zoppicante conoscenza della storia - o, meglio, la sua pessima scelta delle fonti - sbagliando la cronologia degli eventi («Cammilleri fallisce ancora»).

L'ultimo strafalcione di Cammilleri, anche in questo caso imputabile alla sua pessima scelta di fonti, dovuta più alla loro corrispondenza con quanto il nostro sostiene che alla loro competenza, riguarda un episodio di storia romana, noto come il "miracolo della pioggia", descritto dal nostro apologeta nel suo post «Fulminata». Nel 172, durante la guerra di Marco Aurelio contro i Quadi, un distaccamento della legione XII Fulminata è circondato dal nemico e sta per capitolare per mancanza d'acqua, quando un'improvvisa tempesta sopperisce alle esigenze idriche dei legionari, che riescono poi a rompere l'accerchiamento. Secondo lo storico romano Cassio Dione, l'evento miracoloso fu causato dall'intervento di Mercurio, invocato da un mago egiziano di nome Harnuphis; secondo lo scrittore cristiano Tertulliano, invece, fu merito delle preghiere dei soldati cristiani che erano arruolati nella legione; secondo la Colonna antonina a Roma, che raffigura l'episodio, fu l'intervento di una divinità sconosciuta.

lunedì 29 novembre 2010

Cammilleri fallisce ancora

Rino Cammilleri ci casca ancora. Come già avvenuto nel caso di Ipazia, la sua foga di screditare quelli che individua come nemici del Cristianesimo lo porta a strafalcioni non da poco. Certo, il nostro si difende rifacendosi all'autorità altrui, ma il problema è che spesso l'altrui non è poi tanto qualificato in materia.

Ma procediamo con ordine.

Come detto, il precedente è Ipazia. In quel caso, descritto in «Ipazia e il diabolico Cammilleri», Cammilleri ricostruiva una certa versione della storia della scienziata alessandrina trucidata da fanatici cristiani, versione molto indulgente nei confronti dei cristiani in quanto derubricava la questione da religiosa a politica. A maggior sicurezza dei suoi lettori, Cammilleri si rifaceva, come fonte storica, a Vittorio Messori.

venerdì 29 ottobre 2010

«Il sorgere del monoteismo nell'Antico Israele: prove bibliche ed epigrafiche»

«The Rise of Monotheism in Ancient Israel: Biblical and Epigraphic Evidence» («Il sorgere del monoteismo nell'Antico Israele: prove bibliche ed epigrafiche») è il titolo di un articolo di Christopher Rollston, in cui l'autore, assistant professor di Antico Testamento e Studi semitici alla Emmanuel School of Religion, indaga sulle prove bibliche ed epigrafiche dell'evoluzione della religione ebraica, in particolare per quanto riguarda l'aspetto monoteistico.
Basandosi su di un'analisi induttiva delle prove dell'Antico Testamento,  appare chiaramente che l'antica religione israelita non era originariamente monoteistica. Piuttosto, durante i secoli del periodo dell'Antico Testamento, il monoteismo si sviluppò gradualmente. In aggiunta al materiale biblico, prove epigrafiche ebraiche dell'Età del Ferro e altri tipi di prove del Vicino Oriente sono usati in questo articolo, in quando forniscono una vista sul contesto culturale più ampio sull'antico Israele. In sintesi, dunque, questo articolo suggerisce che la fede monoteistica di Israele fu il prodotto finale di un lungo processo di sviluppo e rivelazione.
Qui di seguito riporto il contenuto dell'articolo di Rollston.

lunedì 25 ottobre 2010

L'evoluzione di Yahweh nella Bibbia ebraica

Ecco un estratto dell'intervista di Thom Stark, intitolata «Polytheism and Human Sacrifice in Early Israelite Religion». Thom Stark è autore del libro The Human Faces of God, sul politeismo e il sacrificio umano nella religione israelitica delle origini.

D. Chi è lo Yahweh degli Israeliti?
R. Come studiosi del livello di Frank Cross, Chris Rollston, Mark Smith e altri hanno dimostrato e sanno da qualche tempo, i testi più primitivi della Bibbia ebraica forniscono indizi decisivi che la concezione iniziale di Yahweh fosse quella di una divinità tribale dell'antico Vicino Oriente. Come sostengo nel mio libro, in accordo con Rollston, la «Canzone di Mosè» di Deuteronomio 32 indica che Yahweh era considerato uno dei figli della divinità cananea El Elyon (Dio l'Altissimo). La canzone descrive come le nazioni furono formate in origine, e ciò che dice è che i popoli della Terra furono divisi in accordo al numero dei figli di El Elyon (i membri minori del pantheon divino). Yahweh, la divinità patrona di Israele, era uno dei figli di Elyon.

Gli indizi migliori suggeriscono che Yahweh non ebbe inizio come l'"unico vero Dio" del più tardo monoteismo ebraico; non ebbe inizio come il creatore del mondo. Yahweh iniziò come una giovane divinità tribale in ascesa la cui forza eccezionale tra gli altri dèi rispecchiava le aspirazioni di Israele a fronte delle tribù e delle nazioni circostanti.

D. Sta dicendo che Dio evolve nell'Antico Testamento?

R. Esattamente. Sorpresa delle sorprese, mentre Israele aspirava alla grandezza e cercava di farsi un nome, circondata da vasti imperi, Yahweh divenne sempre più grande, finché non divenne così grande nelle loro teologie che non ebbe più senso riferirsi alle altre divinità nazionali come dèi — tanto più largamente superiore era Yahweh agli dèi delle altre nazioni, secondo la letteratura propagandistica giudea.

D. Ci dica qualcosa di più a riguardo di questa evoluzione da divinità tribale a monoteismo.

R.  Come sostiene Chris Rollston, ci sono varie fasi nella progressione di Israele dal politeismo al monoteismo. Yahweh inizia come membro minore del pantheon divino. Questa è la visione durante il periodo della storia di Israele caratterizzato dalla confederazione tribale. Dopo che Israele divenne una monarchia, Yahweh ottenne una promozione a capo del pantheon, prendendo il posto di suo padre Elyon (si tratta di un parallelo con idee simili presenti nella letteratura babilonese, in cui l'ascesa di Marduk a re degli dèi rispecchia il sorgere dell'impero babilonese).

Col tempo, Yahweh ed Elyon furono uniti, in un certo senso si fusero in un solo dio. In questa fase Yahweh inizia ad essere visto come un dio creatore. Ma in questo periodo, Israele crede ancora in altre divinità; è solo che non devono venerare altri dèi perché devono la loro lealtà a Yahweh, il loro patrono. Naturalmente, si credeva che Yahweh avesse una moglie, Asherah, ed è chiaro che gli Israeliti la veneravano come la consorte di Yahweh.

Pare che questa sia stata l'ortodossia accettata fino al VII secolo a.e.v. circa. A quel punto, profeti come Geremia iniziarono a entrare in polemica contro altri dèi, mettendo in dubbio la loro stessa esistenza. Questa idea che Yahweh solo è Dio si solidificò durante l'esilio babilonese nel VI secolo, per un insieme complesso di ragioni. Questo è il momento in cui la religione israelitica ufficiale divenne finalmente monoteistica.

Per un approfondimento sulle tesi di Christopher Rollston, si veda l'articolo «"Il sorgere del monoteismo nell'Antico Israele: prove bibliche ed epigrafiche"».

Articolo ripreso da «Thom Stark Interviewed About  His New Book», Debunking Christianity, di John Loftus.

giovedì 16 settembre 2010

Il campo di battaglia di Kalefeld

Avviso subito chi dovesse conoscere il tenore generale dei post di questo blog che quello che sto per scrivere non c'entra assolutamente nulla con gli altri posts. Si tratta di una notizia di storia antica che, a mia conoscenza, ha avuto poca copertura nei media italiani, e di cui mi piacerebbe parlare.

Kalefeld è un villaggio tedesco della Bassa Sassonia, nei cui pressi, nel 2008, sono stati trovati i resti di un campo di battaglia di 1775 anni fa.
Nuovi ritrovamenti in un antico e ben conservato campo di battaglia nel nord della Germania non stanno solo riscrivendo la storia geo-politica, ma stanno anche rivelando i segreti del successo militare di Roma.

Fino a solo due anni fa, si riteneva che le truppe romane non fossero mai giunte nella Germania del nord dopo che tre legioni furono distrutte da tribù germaniche nella Battaglia di Teutoburgo nell'anno 9.

La scoperta che due secoli dopo, un esercito romano eseguì una spedizione punitiva nel cuore del territorio delle tribù, nel 235, ha cambiato tutto ciò, suggerendo che un imperatore-soldato, Massimino Trace, tentò seriamente di soggiogare il nord della Germania.

I resti della battaglia sono sparsi su di una collina boscosa, l'Harzhorn.

Uno scavo archeologico, questa estate, ha riportato 1800 artefatti. Un singolo punto della collina fu colpito da catapulte a torsione, una delle armi più avanzate dell'arsenale romano, e 70 proiettili anti-corazza di queste armi erano ancora sul terreno.

Le catapulte, montate su carri, avevano una gittata fino a 200 metri, dice Michael Moosbauer, un professore di archeologia. Le punte in ferro pesavano 200 grammi ciascuna.

La supremazia romana era in parte dovuta alla varietà di abilità presente nei suoi eserciti multietnici. Tra gli ausiliari che combatterono all'Harzhorn c'erano lanciatori di giavellotto dal Marocco e arcieri mediorientali.

L'articolo (in inglese) continua qui.

Punte di dardo e zoccolo di un mulo
(C. S. Fuchs, Niedersächsisches Landesamt für Denkmalspflege)

Post ispirato da «Battlefield of Kalefeld - in English», di Adrian Murdoch.

sabato 26 giugno 2010

Yahweh, dio nazionale di Israele?


Sto leggendo Oltre la Bibbia - Storia antica di Israele, di Mario Liverani. Si tratta di un libro che ricostruisce la storia antica di Israele, intesa come Palestina, a partire dai resti archeologici ed epigrafici, col supporto delle fonti letterarie, ebraiche e mediorientali in genere.

Il risultato di questo approccio, differente da quelli che partono dal testo biblico e lo rielaborano sulla base delle scoperte archeologiche, è riassumibile tramite il sommario del libro. L'opera di Liverani è infatti divisa in due parti, Una storia normale e Una storia inventata.

La prima parte, che narra la storia della Palestina antica come deriva dalle fonti storico-archeologiche, è una storia "normale" di genti che abitavano in quella terra tra l'età del Tardo Bronzo e il Ferro II. Si inizia con la dominazione egiziana, poi l'invasione dei popoli del mare causa il crollo degli imperi, segue il dominio delle culture nomadi su quelle agro-urbane, la creazione di due stati - regno di Israele al nord e regno di Giuda al sud -, poi l'invasione, il dominio e la caduta degli Assiri, un breve periodo di autonomia, e l'invasione babilonese.

Questo significa che la storia di Mosé, dell'Esodo, della conquista di Canaan, di Giosué, non sono storie vere, ma successive rielaborazioni. Il regno di Saul, di Davide e di Salomone, biblicamente diviso tra i figli di questo, non esistette mai come stato unitario: "Saul" e "Davide" furono i re, rispettivamente, del regno di Israele e di quello di Giuda, né, probabilmente, fu Salomone a costruire il Tempio di Gerusalemme.

Anche Yahweh, non fu subito il dio nazionale di Israele, né tanto meno l'unico dio degli Ebrei. Scrive infatti Liverani (op. cit., p. 57):
L'adozione di Yahweh come dio delle tribù israelitiche, sin dalla fase dell'etnogenesi, è una evidente rilettura storiografica posteriore. Anche il ruolo di Yahweh (nella forma di Yahweh Sebaʿot) in episodi cruciali come la battaglia di Ta'anak appare sospetto. È indicativo che nessuno dei Patriarchi, nessuno degli eponimi tribali, nessuno dei «Giudici» e nessuno dei re della fase formativa porti nomi yahwisti. Questi esistevano (basti pensare a Giosué e poi a Yonatan figlio di Saul) ma in percentuale modesta, non diversa e semmai inferiore ad altri teofori con Baʿal, El, Anat, Sedeq, Shalom e alti. Abbiamo motivo di ritenere che il culto di Yahweh sia divenuto culto «nazionale» per il regno di Giuda durante il cinquantennio 900-850, e per il regno di Israele nel cinquantennio 850-800.
Riguardo a Yahweh unico dio di Israele, il momento cruciale è il 622. Il re di Giuda Giosia fa «scoprire» un manoscritto contenente la Legge, e su questo evento fonda la riforma religiosa dello stato: (ri)fondazione di un unico tempio all'unico dio, il tempio di Yahweh a Gerusalemme, e distruzione dei templi degli altri dei, diffusi in tutto il regno. Per quanto riguarda il primo punto, Liverani scrive (op.cit., p. 196):
È probabile che l'importanza dei lavori eseguiti da Giosia al tempio di Gerusalemme sia stata in qualche misura (e magari in forte misura) oscurata dalla volontà della storiografia posteriore di attribuire all'epoca «fondante» di Salomonela costruzione e l'arredo del tempio [...].
Riguardo alla obliterazione dei culti concorrenti:
Ma la maggiore insistenza (2Re 23:4-14) viene dedicata allo smantellamento dei luoghi di culto non yahwistici [...] a Gerusalemme stessa e in tutto il territorio di Giuda «da Gebaʿ a Beʾer-Shebaʿ».

domenica 13 giugno 2010

Gesù, Napoleone e il centurione

L'indagine sul Gesù storico è uno dei miei pallini recenti. Prima non avevo mai immaginato che fosse possibile sottoporre la figura di Gesù e il Cristianesimo delle origini ad un'indagine storica, e credo di non essere stato l'unico ad avere così poca immaginazione.

Gesù

La differenza fondamentale tra l'indagine sul Gesù storico e gli altri studi storici è costituita dall'importanza della figura a-storica di Gesù. Ovviamente un credente trova difficile accettare affermazioni quali quella che Gesù non intendeva fondare una nuova religione o che non parlò mai di sé come di un dio.

Ma quello che mette più i difficoltà i credenti, quantomeno quelli che sono in qualche modo interessati a questa materia, sono quelle teorie secondo le quali Gesù sarebbe un personaggio mitico, una creazione letteraria dei cristiani. Non sono teorie che riscuotono molto successo tra gli studiosi del campo, ma certo non sono neppure dei vaneggiamenti di pazzi o di nemici del Cristianesimo, come alcuni vogliono far pensare.

Napoleone

Ad esempio, un noto "cattolicista", come mi piace chiamare quelli che fanno del Cattolicesimo un'ideologia, afferma con una punta di acredine:
Ogni volta che un anticlericale / intollerante / laicista "doc" commenta su un sito cattolico "dimostrando" che, in parole povere, i cristiani si sarebbero inventati il cristianesimo, si leggono diverse castronerie esposte però con credibilità e logica. Il lettore dubbioso può sicuramente cadere nel tranello (che possibilmente è stato "tramandato" in buona fede a partire dai maestri del culto ateo) e questo è un pericolo al quale non dovrebbe essere esposto.
Per questo motivo riporto un piccolo esperimento svolto da Monsieur J.-B.Péres nel 1827. Si tratta di applicare la tecnica degli atei d'assalto ad un fatto storico accertato, accreditato e reale, per confutarlo.
Napoleone Bonaparte, di cui tanto è stato scritto non è mai esistito. È semplicemente una figura allegorica.
A parte la strana idea che il "lettori dubbiosi" non debbano essere esposti ad idee che il nostro cattolicista non gradisce, questo "piccolo esperimento" non smaschera affatto il "tranello" dei fantomatici anti-clericali. L'esistenza di Napoleone Bonaparte è infatti attestata da innumerevoli testimonianze, oltre che da oggetti che gli sono appartenuti o che comunque lo riguardano; questo, di Gesù, non si può dire.

«Ma con Napoleone è facile, era un personaggio importante e per di più recente. Gesù non era così famoso in vita (non lasciò nessuna traccia tra i suoi contemporanei pagani), e poi visse duemila anni fa, non meno di duecento», potrebbero dire coloro che sono certi della storicità di Gesù.

Il centurione

Voglio allora raccontare un altro fatto, che illustra il modo in cui si "fa" la storia.

Tra il 69 e il 70, quindi pochi anni dopo la morte di Gesù, i Romani dovettero fronteggiare la Rivolta batava, una ribellione di una popolazione germanica che forniva truppe ausiliarie all'esercito romano. I Batavi tesero un tranello alle forze romane dislocate negli attuali Paesi Bassi, al comando del generale Marco Ordeonio Flacco, e sorpresero molti contingenti, facendone strage.

Lo storico Publio Cornelio Tacito narra (Storie, 4:15), appena trent'anni dopo i fatti, di un centurione romano di nome Aquilio, che riuscì a raccogliere alcune truppe ausiliarie che si trovavano proprio nel territorio dei ribelli e a contrastare, sia pure debolmente, il nemico.

Aquillio è dunque un personaggio minore e marginalizzato nelle fonti, di cui abbiamo traccia solo in un passaggio scritto da uno storico trent'anni dopo i fatti. Proprio come Gesù, no?

No. Di Aquillio esistono anche prove archeologiche. Scrive lo storico Jona Lendering («The Batavian revolt 4»):
Per una fortunata coincidenza, questo Aquilius ci è noto attraverso una scoperta archeologica: un piccolo disco o una medaglia in argento è stata scoperta in un accampamento della cavalleria (il 'Kops Plateau') a est di Oppidum Batavorum, la capitale dei Batavi (moderna Nijmegen). Il nome completo di quest'uomo era Gaio Aquillio Proculo, e apparteneva all'Ottava legione Augusta, che non era stazionata nelle province germaniche.
Non solo questo reperto permette di confermare la narrazione di Tacito per quanto riguarda questo centurione (il resto della narrazione è attestata da innumerevoli scoperte archeologiche). Continua infatti Lendering:
Si tratta di una scoperta molto importante, perché vendica il generale romano Flacco. Se un centurione di una certa anzianità di servizio era presente a Nijmegen, Flacco aveva già inviato rinforzi, cosa che può essere spiegata solo se assumiamo che si aspettasse problemi tra i Batavi.

Come si vede, la storia fatta dagli storici parte dalle fonti storiche e dai ritrovamenti archeologici, e li soppesa, valutandoli criticamente. E questo vale sia per Napoleone che per il centurione, mentre non vale per Gesù, dato che non esistono prove archeologiche né della sua vita (malgrado le innumerevoli reliquie conservate dai cristiani), né del Cristianesimo delle origini.

martedì 18 maggio 2010

La Sindone di Torino non è menzionata prima del XIV secolo

Post #1 di una serie.

Aggiornato al 7 giugno con l'aggiunta di ulteriori testimonianze.
Aggiornato al 1 giugno con l'aggiunta del Codice Pray.
Aggiornato al 28 maggio con l'aggiunta della Vita di santa Nino.


Anche i sindonologisti più fondamentalisti devono ammettere che non ci sono prove storiche decisive dell'esistenza della Sindone di Torino prima della metà del XIV secolo, quando comparve a Lirey, in Francia.

Cionondimeno, coloro che sostengono l'autenticità della Sindone hanno tentato di trovare indizi della sua esistenza nei tredici secoli precedenti, dato che questo lungo silenzio delle fonti sulla più importante reliquia della cristianità non può che metterli in imbarazzo.

Quello che segue è un riepilogo delle argomentazioni presentate, affiancate dalle relative contro-argomentazioni. Le fonti secondarie di queste notizie sono le pagine «Sindone di Torino» e «Storia della Sindone», da Wikipedia edizione italiana (*), «History of the Shroud of Turin», da Wikipedia edizione inglese (#), la pagina «I principali avvenimenti» dal sito Collegamento pro Sindone (@), e il sito The Definitive Shroud of Turin FAQ ($); dove possibile, sono state riportate anche le fonti primarie.

Fonti cristiane dei primi secoli

In questa sezione sono presentate le testimonianze relative ai primi secoli di storia cristiana che sono portate da alcuni sindonologi a testimonianza dell'esistenza della Sindone di Torino in epoca antica. L'identificazione tra Sindone di Torino e Mandylion, e dunque la storia della reliquia di Edessa, non è trattata qui.

Conservazione della sindone
«I sindonologi autenticisti ipotizzano che dopo la risurrezione di Gesù il lenzuolo sia stato conservato e venerato dalla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme [Vedi ad esempio E. Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", cit., p. 75.].»(*)
A questo riguardo non credo che ci sia molto da dire oltre a quello che ha scritto Mauro Pesce, professore ordinario di Storia del Cristianesimo all'Università di Bologna, nel suo articolo «I vangeli e la Sindone», pubblicato nel numero monografico di MicroMega di aprile, L'inganno della Sindone. Di questo articolo ho parlato nel post «Sindone: perché non credere (II)», ma, riassumendo in due parole, l'analisi dei testi cristiani del primo cristianesimo mostra come i discepoli di Gesù non fossero interessati a conservare reliquie o altre testimonianze della vita terrena di Gesù, in quanto le consideravano inutili all'interno della loro concezione della fede.

Vangelo degli Ebrei
Nel II secolo il Vangelo degli Ebrei, uno scritto apocrifo diffuso tra i giudeo-cristiani in Palestina e andato perduto, accenna fugacemente alla sindone: «Il Signore, dopo aver dato la sindone al servo del sacerdote, apparve a Giacomo» (citato da Girolamo, Uomini illustri cap. 2 lat.). L'anonimo "servo del sacerdote" potrebbe essere identificato con l'evangelista Giovanni,[Sulla base di un'interpretazione un po' stiracchiata di Gv 18, 15, così Gino Zaninotto in Il grande libro della Sindone, 2000, p. 35.] oppure Malco,[Il "servo del sommo sacerdote" è citato in occasione dell'arresto di Gesù Gv 18, 10 e paralleli. Ipotesi riportata con prudenza da Luigi Maraldi, Tutti gli Apocrifi del Nuovo Testamento - Vangeli, 1994, p. 450.], oppure Pietro ipotizzando una corruzione del testo latino[Così Charles Harold Dodd che ipotizza la corruzione del prototermine latino petro (Pietro) in puero (ragazzo, servo), corruzione presente anche nel Codex Bobbiensis in Mc 16, 7. Un successivo copista avrebbe poi modificato puero in servo sacerdotiis (P. Baima Bollone e P.P. Benedetto, Alla ricerca dell'Uomo della Sindone, cit.).].(*)
Il testo del Vangelo degli Ebrei riferisce del gesto di Gesù risorto, che consegna il sudario al servo del sacerdote (Dominus autem cum dedisset sindonem servo Sacerdotiis, ivit ad Jacobum, et apparuit ei). Il passo riportato da Girolamo non menziona alcuna immagine impressa sul telo, né fa intendere che esso fosse destinato alla comunità cristiana o oggetto di particolare devozione; Girolamo stesso, che pure riporta il brano, non mostra di conoscere la sindone di cui starebbe parlando.

Vangelo di Nicodemo
Il Vangelo di Nicodemo, datato al II secolo, nelle varie redazioni pervenute, accenna alla sindone e al sudario che sono dette presenti nel sepolcro dopo la risurrezione[Recensione greca A, 15,6-7 tr. it.; papiro copto di Torino 12,3;6-7 tr. it.; recensione latina 15,7-8 tr. it.]. Non viene aggiunto nulla di nuovo rispetto al resoconto dei vangeli sulla sindone evangelica e non si accenna ad un'immagine impressa.(*)
Qui è lo stesso autore dell'articolo che conferma come la testimonianza del Vangelo di Nicodemo riprenda le informazioni contenute nei vangeli canonici a proposito delle bende usate per avvolgere Gesù; anche qui, non si fa menzione di alcuna immagine impressa sul sudario, cosa difficilmente spiegabile se l'evangelista fosse stato a conoscenza dell'immagine sindonica.

Inno della Perla

L'Inno della Perla è un poema epico in lingua siriaca, risalente probabilmente alla seconda metà del II secondo secolo, che fu incluso attorno al III secolo negli Atti di Tommaso, un'opera gnostica che descrive il viaggio e il martirio dell'apostolo Tommaso in India. Alcuni sostenitori dell'autenticità della Sindone di Torino affermano che il seguente brano sia un riferimento al telo sindonico conservato in Piemonte:
Improvvisamente, vidi la mia immagine sulla mia veste come in uno specchio
Me stesso e me stesso attraverso me stesso [oppure me stesso guardando all'infuori e all'interno]
Come diviso, eppure una sola sembianza
Due immagini: ma una sola sembianza del Re [dei Re, in alcune traduzioni] ($)
Secondo alcuni sindonologi,
Se osservate una fotografia della sindone vedrete due immagini complete di un uomo, una in cui l'immagine guarda in fuori e una in dentro. In termini più moderni le chiamiamo immagine anteriore e immagine posteriore, o ventrale e frontale. Esse sono, in effetti, come in uno specchio in quanto sono complete e apparentemente perpendicolari alla superficie. Quelle parole, «come diviso, eppure una sola sembianza», risuonano con le due immagini separate che si incontrano alla sommità della testa. ($)
Il problema di questa interpretazione è che è basata su di una traduzione ambigua, che lascia intendere ciò che non sta scritto nel testo.

Anzitutto, l'Inno della Perla narra di un principe, inviato in Egitto da suoi regali genitori a rubare una perla ad un drago; giunto a destinazione, il principe dimentica il suo compito e la sua identità, e solo dopo aver ricevuto una lettera dai genitori egli ruba la perla e torna a casa (Bart D. Ehrman, Lost scriptures: books that did not make it into the New Testament, Oxford University Press US, 2003, ISBN 0195141822, p. 324). Colui che parla, dunque, non è Gesù, ma il principe, ed egli fa riferimento alla propria veste di seta, non ad un sudario funebre. Ogni relazione tra Sindone e Inno della Perla è dunque solo nella mente di chi legge.

Una traduzione accademica del testo rende più chiara la distanza tra Inno della Perla e Sindone (Ehrman, op. cit., p. 326); si sta parlando della veste di seta del principe, che ha dimenticato il suo rango:
76 Ma, quando vidi improvvisamente la mia veste riflessa come in uno specchio
77 Vi percepii anche tutto me stesso
E attraverso di essa conobbi e vidi me stesso
78 Poiché sebbene avemmo origine dall'uno e medesimo eravamo parzialmente divisi
Eppure nuovamente eravamo uno, con un'unica forma.
Vita di santa Nino

La Vita di santa Nino è un'opera del IV secolo che racconta la vita di Nino, missionaria cristiana in Georgia. Nell'opera è contenuto un brano che narra:
E trovarono il lino, all'ingresso della tomba di Cristo, dove Pilato e sua moglie vennero. E quando lo trovarono, la moglie di Pilato chiese il lino, e se ne andò velocemente a casa sua nel Ponto e divenne un credente in Cristo.
Secondo alcuni sindonologi, questa sarebbe una testimonianza della conservazione della sindone nel IV secolo. I problemi di questa affermazione sono:
  1. che il telo citato non reca alcuna immagine impressa, dunque non può essere la Sindone;
  2. che la storia è tarda, come indicato dalla raffigurazione di Pilato e di sua moglie come sostenitori dei cristiani, e persino cristiani essi stessi, almeno per quanto riguarda la moglie di Pilato;
  3. che secondo questa fonte la Sindone sarebbe stata nel Ponto, cioè nella Turchia settentrionale, e dunque sarebbe uno sviluppo legato alla predicazione georgiana di Nino;
  4. questo brano della Vita di santa Nino è presente in solo uno dei manoscritti dell'opera, datato al IX o X secolo, ed è dunque un'aggiunta tarda (Margery Wardrop, Life of Saint Nino, Gorgias Press LLC, 2006, ISBN 1593334710, p. 3).
Vangelo di Gamaliele
Il Vangelo di Gamaliele riporta gli eventi della risurrezione nominando 16 volte le "bende" di Gesù. È difficile ricostruire storia e datazione del testo: si è conservato indirettamente tramite un manoscritto etiope del V-VI secolo contenente l'omelia Lamentazione di Maria di un certo Heryaqos, vescovo di Al-Bahnasa (alto Egitto), la quale riporta ampie citazioni dell'apocrifo.[Luigi Maraldi, Tutti gli Apocrifi del Nuovo Testamento - Vangeli, 1994, p. 777.] Nel testo Pilato si recò al sepolcro dopo la risurrezione, "prese le bende mortuarie, le abbracciò e, per la grande gioia, scoppiò in lacrime quasi che avvolgessero Gesù". Grazie alle bende un soldato recupera miracolosamente la vista e il "buon ladrone" viene risuscitato. Divengono oggetto di culto: "tutto il popolo, quelli della regione di Samaria e i pagani volevano vederle". In questo caso, al di là della improbabile storicità dei resoconti dell'apocrifo, il testo è storicamente importante in quanto testimonia l'esistenza di bende funebri di Gesù e il culto ad esse attribuito. Non vi è accenno ad un'immagine impressa sulle bende.(*)
Tralasciando altre considerazioni, si può affermare che, al di là di ogni ragionevole dubbio, il Vangelo di Gamaliele non parli della Sindone di Torino: si parla di «bende», e non di un singolo «telo», né si accenna in alcun modo all'esistenza di una immagine impressa su di esso.

Omelie di Cirillo di Gerusalemme

Riguardo alle omelie di Cirillo, vescovo di Gerusalemme, Wikipedia scrive:
Si fa menzione della Sindone anche in due distinte omelie del IV secolo di Cirillo di Gerusalemme. Nella Catechesi quattordicesima si legge: «Molti sono i testimoni della risurrezione... la roccia del sepolcro... gli angeli di Dio... Pietro, Giovanni e Tommaso, insieme agli altri Apostoli, dei quali alcuni accorsero al sepolcro; i lini della sepoltura, coi quali fu prima avvolto, che giacenti dopo la risurrezione... le fasce sepolcrali e il sudario che lasciò risorgendo... i soldati...» (14, 22). Nella Catechesi ventesima: «Vera la morte di Cristo, vera la separazione della sua anima dal suo corpo, vera anche la sepoltura del suo santo corpo avvolto in un candido lenzuolo». (20, 7). Le catechesi si riferiscono quindi alla sindone evangelica e non forniscono criteri utili circa la storicità della Sindone di Torino. Neanche qui vi è accenno ad un'immagine impressa sui tessuti. (*)
Come scritto, Cirillo, vescovo di Gerusalemme dal 347 al 387, non parla di immagini impresse sui lini né sul lenzuolo, e non sembra a conoscenza della conservazione di una tale reliquia.

Epifanio di Salamina

Cercando tra la mole di prove indiziarie a favore dell'esistenza della Sindone di Torino prima del XIV secolo, si possono trovare perle come pure fondi di bottiglia. Alla seconda categoria appartiene questa citazione:
Ad Anablatha, vicino Gerusalemme, sulla via verso Bethel, Epifanio di Salamina strappa un "velo" della dimensione adatta per uso funebre, sul quale si vede, dai contorni incerti, un'immagine umana intera. (@)
Purtroppo, questa citazione è ampiamente fuorviante. La storia vera è la seguente: Epifanio, vescovo di Salamina di Cipro dal 367 al 403, racconta di essere giunto ad Anablatha, dove, in una chiesa, trovò una tenda, colorata e dipinta, raffigurante Cristo o un santo. Poiché questa raffigurazione di un essere umano gli pareva contraria alle Scritture, strappò il telo e lo diede ai custodi, dicendo loro di avvolgervi il cadavere di un povero per seppellirlo. I fedeli del posto gli chiesero di mandare loro un nuovo tendaggio.

Come si vede, si trattava di un tendaggio, colorato e dipinto, che fu distrutto da Epifanio, e che i fedeli del luogo non tenevano in particolare considerazione. Nessun collegamento con la Sindone di Torino, allora perché citarlo?

Rito mozarabico
Nel rito mozarabico, in un passo che si ritiene risalire al VI secolo, si afferma che Pietro e Giovanni videro le "impronte" del Risorto sui lini[Daniel R. Porter, The Mozarabic Rite, a Clue to the Shroud of Turin? (2004)]. (*)
Il testo del rito mozarabico è fatto risalire alla illatio (l'equivalente della Praefatio nel rito romano) di un giorno del tempo di Pasqua.

Mi ci è voluto un po', ma ho trovato il testo: si tratta della inlatio del sabato dopo Pasqua. Il testo recita (Missale mixtum secundum regulam Beati Isidori dictum Mozarabes, Volume 1, Alexander Lesley, Sumptibus V. Monaldini, 1755 p. 216, 91—94):
Ad monumentum Petrus cum Johanne concurrit : recentiaque in linteaminibus defuncti : & resurgentis vestigia cernit.
che può essere tradotto come:
Pietro corre con Giovanni alla tomba, e vede nelle pezze di lino le vestigia recenti del morto e risorto.
Il fulcro della questione è la traduzione di vestigia (la parola latina, non quella italiana), che vuol dire «impronta, orma, vestigio, passo, pianta del piede», ma anche, in senso lato, «segno di una presenza, traccia, ricordo». Ma quale di queste due traduzioni è quella opportuna? È utile ricordare che la illatio non è un'omelia, ma un riassunto di brani dei vangeli, e cercare di risalire al brano cui fa riferimento questa illatio.

Nel Vangelo secondo Giovanni (20:3-8), Pietro e un apostolo anonimo identificato tradizionalmente con Giovanni corrono alla tomba di Gesù; Pietro entra e vede le bende a terra e i sudario piegato in un angolo; "Giovanni" entra, «e vide, e credette».

Se questo è il brano cui l'illatio fa riferimento, e non ce ne sono altri che parlino di Pietro e Giovanni che corrono alla tomba, la traduzione della parola latina vestigia è proprio l'italiano "vestigia", che significa «segno indicatore, indizio, traccia».

Stefano II
Papa Stefano II (752-757) scrive che la figura del volto e dell'intero corpo di Gesù è stata "divinamente trasferita" sul lenzuolo[Richard B. Sorensen, Summary of Challenges to the Authenticity of the Shroud of Turin (2007)]. (*)
Questa fonte è fatta risalire ad una scoperta dello scrittore Ian Wilson, pubblicata nel suo libro del 1991 Holy Faces, Secret Places: An Amazing Quest for the Face of Jesus (p. 152). Non sono riuscito a trovare alcuna citazione di questo documento, ma c'è una interessante coincidenza che mi causa un dubbio su questa citazione.

Nel 752 fu eletto Papa un certo Stefano, che però morì prima di essere consacrato. Questo Papa eletto ma non consacrato scombina la numerazione dei Papi di nome Stefano, in quanto talvolta è considerato come Stefano II e talaltra no. Lo stesso giorno della sua morte fu eletto Papa Stefano (Orsini), che regnò fino al 757, e che è quindi noto come Papa Stefano II o III. Stefano III o IV regnò invece dal 768 al 772.

Wilson attribuisce a Stefano II/III l'affermazione che l'immagine di Gesù si sarebbe trasferita al suo sudario. Ma Stefano III/IV è famoso per aver fatto riferimento, durante il Sinodo laterano del 769, al telo inviato, secondo la leggenda, da Gesù al re edesseno Abgar, sul quale era presente l'immagine del volto di Gesù stesso (Daniel C. Scavone, "Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***"). Sembra improbabile che Stefano II/III conoscesse il telo della Sindone di Torino e il suo successore no. Possibile che Wilson si sia confuso?

Arculfo
Nell'opera De locis sanctis, scritta dal monaco Adamnano nel 698, è descritto il pellegrinaggio del monaco e vescovo Arculfo compiuto a Gerusalemme attorno al 670. Il pellegrino descrive il ritrovamento del sudario di Cristo ("quello che era stato posto sul suo capo nel sepolcro") e il culto ad esso attribuito (1, 10). Secondo il racconto di Arculfo, il sudario era stato prelevato dal sepolcro di Gesù da un anonimo giudeo ed era stato tramandato come patrimonio di famiglia. Tre anni prima (circa 667) era sorta una disputa sul possesso del sudario. Il re dei saraceni Navias (cioè Mu'awiya ibn Abi Sufyan) aveva chiamato i due gruppi di contendenti e buttato il lino in un fuoco, ma questo era rimasto sospeso sulle fiamme volando poi di fronte a un pretendente. Il lino era custodito in uno scrigno e venerato dal popolo, Arculfo stesso l'aveva baciato. Misurava "quasi otto piedi in lunghezza", cioè circa 2,3 metri. Arculfo non accenna a un'immagine impressa.[J. Francez, Un pseudo linceul du Christ, Paris 1935] (*)
Il sudario venerato da Arculfo non è la Sindone di Torino: oltre a sbagliarsi nella dimensione del telo, Arculfo, che pure aveva baciato la reliquia, non menziona l'esistenza di un'immagine impressa.

Braulione
Nel VII secolo Braulione, vescovo di Saragozza, nella lettera 42 all'abate Tajo, cita i lini e il sudario evangelico, ipotizzando che questo sia stato conservato dagli apostoli[PL vol. 80, col. 0689A-B: Sed et illo tempore notuerunt fieri multa quae non habentur conscripta, sicut de linteaminibus, et sudario quo corpus Domini est involutum, legitur quia fuerit repertum, et non legitur quia fuerit conservatum: nam non puto neglectum esse ut futuris temporibus inde reliquiae ab apostolis non reservarentur, et caetera talia. Traduzione italiana: "Ma in quel tempo accaddero molte cose le quali non sono state scritte (nei vangeli), come i lini e il sudario nel quale fu avvolto il corpo del Signore, del quale si legge che è stato trovato ma non si legge che fu conservato: non penso che sia stato trascurato, in modo tale che gli apostoli non lo abbiano conservato per i tempi futuri, e altre cose simili."]. (*)
Anche in questo caso, la fonte non accenna ad una immagine impressa. Inoltre Braulione afferma di pensare che il sudario non possa essere stato conservato dagli apostoli, ma non sembra sapere che il sudario sia giunto ai suoi tempi.

Codice Pray

Si osservi l'immagine a destra. Nella scena superiore è raffigurato il lavaggio del cadavere di Gesù, deposto su di un piano coperto da un telo. Nel registro inferiore è raffigurata la scena delle tre donne che si recano al sepolcro e trovano un angelo che svela la tomba vuota e indica il sudario. Prima di continuare a leggere, descrivete il sudario come è rappresentato nelle due scene, quanto è lungo, se contiene immagini o disegni o altri segni, se possiede frange o cuciture evidenti, eccetera.

L'immagine è una miniatura del Codice Pray, datato tra il 1192 e il 1195 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Budapest. Si tratta del più antico manoscritto in lingua ungherese conservatosi. Ma come è collegato alla Sindone di Torino?

Secondo i sindonologi,[Wilson, Ian, The Evidence of the Shroud, Guild Publishing: London, 1986, p. 114] si tratterebbe di una raffigurazione della Sindone di Torino: vi sarebbero raffigurati segni di bruciatura a forma di 'L' vicino ad un lato e la trama a spina di pesce, caratteristiche del telo sindonico torinese. A parte l'assenza del tratto più clamoroso della Sindone di Torino, l'immagine di Gesù morto, e l'incompatibilità della lunghezza del telo con la possibilità di contenere l'immagine fronte-retro di un essere umano, ci vuole uno sforzo notevole di fantasia per vedere i questa immagine tutto ciò che i sindonologi vorrebbero metterci.

Altre testimonianze

Vi sono altre testimonianze che sono collegate dai sindonologi al telo sindonico di Torino; quelle di seguito sono tratte da «Acheiropoietos Jesus Images in Constantinople: the Documentary Evidence***», di Daniel C. Scavone.

Nel 958, l'imperatore Costantino VII scrive una lettera in cui elenca le reliquie della Passione: tra queste cita «i sacri lini» (σπάργαvα) e la «sindon che Dio indossò». Non si parla di immagini miracolose poste su quest'ultima.

Risale al 1095 una lettera in cui l'imperatore Alessio I Comneno scrive al conte Roberto delle Fiandre, dicendo che preferirebbe che Costantinopoli fosse conquistata dagli occidentali piuttosto che dai musulmani. La ragione per questo strano invito sarebbe l'elevato numero di reliquie presenti nella città, incluse le bende di lino trovate nel sepolcro dopo la risurrezione di Gesù. Non si parla di immagini sul telo, inoltre l'autenticità della lettera è dubbia.

Nel 1150 un pellegrino inglese a Costantinopoli parla di un contenitore in oro che contiene un telo sul quale è impressa l'immagine del volto di Gesù (il Mandylion) e un sudario, «posto sulla sua testa». Non si tratta quindi della Sindone di Torino.

Sette anni dopo, il pellegrino islandese Nicholas Soemundarson parla delle reliquie della Passione conservate nel palazzo imperiale di Costantinopoli; tra esse vi sono «fasciae con sudarium e sangue di Cristo». Nessuna immagine, dunque. Ancora una testimonianza sul tesoro di reliquie costantinopolitane: questa volta è datata al 1171, quando l'arcivescovo Gugliemo di Tiro vede la sindone di Gesù, senza alcuna immagine; nel 1200, Antonio di Novgorod parla di un «linteum raffigurante il volto di Cristo», dunque non una figura intera.

Nel 1201 Nicola Mesarite, guardiano dei tesori della Cappella del Faro nel Palazzo del Bucoleone testimonia dell'esistenza delle «le sindones funebri di Cristo: esse sono di lino. Sono di materiale economico e facile da trovare, e resistono alla distruzione in quanto avvolsero il corpo incircoscritto, fragrante di mirra e nudo dopo la Passione». Anche in questo caso, non si parla di immagini, anzi, si menzionano più teli avvolti.

Nel 1203 o 1204, uno dei crociati che conquistarono Costantinopoli nella Quarta crociata, Roberto di Clary, riporta questa testimonianza:
Esiste un'altra delle chiese, che chiamano Mia Signora Santa Maria di Blachernae, dove era conservata la sydoines in cui Nostro Signore fu avvolto, che era sollevata ogni venerdì, in modo che le fattezze di Nostro Signore fossero in piena vista.
Questa è la migliore freccia nell'arco dei sindonologi. Anche se bisogna sottolineare che Roberto non afferma di aver visto la sindone, né che essa portasse impressa l'immagine del corpo di Gesù.

Al 1205 risalirebbe, se i dubbi sulla sua autenticità fossero infondati, una lettera di Teodoro Angelo, nipote dell'imperatore Isacco II Angelo, indirizzata a papa Innocenzo III. Teodoro lamenta del furto del «lino in cui Nostro Signore Gesù Cristo fu avvolto dopo la sua morte e prima della risurrezione» da parte dei cavalieri Franchi. Anche in questo caso non si fa menzione di immagini.

Nel 1207, Nichola di Otranto, abate del monastero di Casole, testimonia l'esistenza a Palazzo della spargana di Gesù; normalmente con spargana si intende la fascia con la quale in passato si avvolgevano stretti i bambini, ma anche se qui Nicola stesse parlando della Sindone, cosa non indiscutibile, sarebbe strano il fatto che non menzioni il portento dell'immagine di Gesù.

Nel 1241 l'ultimo sovrano dell'Impero latino, Baldovino II, inviò a re Luigi IX di Francia alcune reliquie in pegno per un prestito. Secondo la Bolla promulgata da Baldovino nel 1247, tra queste reliquie vi erano il Mandylion e «una parte del sudarium (pars sudarii) in cui fu avvolto il corpo di Cristo nella tomba». Oltre a non menzionare alcuna immagine sul sudario, fatto ormai ricorrente nelle fonti, qui si afferma anche che al sudario fu asportata una porzione.

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mercoledì 28 aprile 2010

Identificata la terra di Punt

Un gruppo di ricerca dell'Università di California Santa Cruz, guidato dal professor Nathaniel Dominy, ha scoperto la posizione della mitica terra di Punt.

Punt fu a lungo un legame commerciale dell'Antico Egitto, ma malgrado le numerose testimonianze di questi traffici, non era stato possibile identificarne la posizione.

Dominy e il suo gruppo hanno analizzato le mummie egiziane di babbuini provenienti da Punt e hanno scoperto che sono compatibili con i babbuini eritrei.

La notizia è ottimamente riassunta da Judith Weingarten nel post «Eti, the Eritrean Queen of Punt?».

mercoledì 14 aprile 2010

L'Avvenire su Agora

Venerdì 23 aprile esce nelle sale italiane Agora, film di Alejandro Amenábar dedicato alla figura di Ipazia. Parlai del film undici mesi fa; nel frattempo la distribuzione italiana ha avuto una storia travagliata ma si è conclusa positivamente, con l'acquisto dei diritti da parte di Mikado dopo che nessun distributore l'aveva acquistato per l'uscita a settembre.

La figura di Ipazia mette in sommovimento il mondo cristiano: in quanto donna, scienziata e non cristiana (era pagana), va a toccare nervi scoperti della cultura cristiana, come testimoniato dal tentativo di screditarla da parte di cristiani non certo di scarsa cultura (si veda il post "La seconda morte di Ipazia").

In concomitanza con l'uscita nelle sale, anche il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire - che, per inciso, incassa circa 6 milioni di euro l'anno di contributi statali -, ha dedicato un articolo al film. Anzi, due.

Ipazia cristiana!

Il primo è una rubrica, "Lupus in pagina", di Gianni Gennari, che si intitola "Ipazia: donna cristiana e la storia fatta a fette". La segnalo perché Gennari commette strafalcioni impressionanti per un giornalista, che quantomeno dovrebbe controllare le sue fonti. Il nostro, infatti, reagisce agli articoli che attribuiscono la morte di Ipazia ai cristiani, con una rivelazione sconvolgente: Ipazia era cristiana, ammirata da cristiani (Sinesio di Cirene e Socrate Scolastico) e la sua memoria fu preservata da cristiani!

Magari qualcuno potrebbe spiegare qualche cosa a Gennari. Primo, che Ipazia non era cristiana: era una pagana, una neoplatonica per la precisione. Secondo, Sinesio di Cirene fu suo allievo prima di convertirsi e diventare vescovo, ma le rimase comunque affezionato, come attestano le lettere che le scrisse fino al 413, anno della sua morte; Socrate Scolastico ne parla bene, ma non così la pensavano Cirillo di Alessandria, mandante quanto meno morale del suo assassinio, e Giovanni di Nikiu. Terzo: i cristiani conservarono la memoria di Ipazia perché raccontarono la storia del suo nemico, Cirillo, poi santificato; possiamo sentire l'altra campana solo perché si è conservata la testimonianza di Damascio, filosofo pagano.

La Chiesa arrogante e spietata di Cirillo

Ma l'Avvenire pubblica anche un articolo più serio, informativo ed equilibrato, una polemica di Alessandro Zaccuri intitolata "Una strana Ipazia illuminista". Verso la fine dell'articolo Zaccuri scrive:
[...] con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani il film cambia bruscamente di tono e il gioco delle analogie si fa più evidente. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano come una sorta di Gestapo, la Chiesa è una congrega oscurantista e misogina (ma perché anche qui, come già nel Codice Da Vinci, ci si dimentica sempre della Vergine Maria?), [...]

[...] Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava è di una Chiesa arrogante e spietata, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi e perseguitare innocenti.
Il motivo per il quale l'impressione della Chiesa alessandrina che si ricava dal film è di un'organizzazione oscurantista, violenta, intollerante e interessata al potere secolare è, semplicemente, che la Chiesa di Cirillo era proprio così. Sia chiaro: non nego l'esistenza di cristiani sinceri, dalla fede tormentata e interessati all'anima, come non nego le sottigliezze teologiche di Cirillo. Ma l'altra faccia della Chiesa, il suo lato "oscuro" era ben presente.

Anzitutto, la Chiesa di cui parliamo è quella diventata religione lecita da meno di un secolo e religione ufficiale dell'Impero Romano da pochi decenni. I cristiani passano dall'essere vittime a carnefici, da perseguitati a persecutori.

Siamo in un'epoca in cui i cristiani di Callinico mettono a fuoco la locale sinagoga, l'imperatore Teodosio ordina di far pagare la ricostruzione al vescovo locale e il Vescovo di Milano, Ambrogio, si oppone.

Siamo in un'epoca in cui i cristiani di Alessandria guidati dal vescovo Teofilo, zio e predecessore di Cirillo, distruggono il tempio pagano del Serapeo, sede della Biblioteca di Alessandria, con grave perdita per la cultura

Un'epoca in cui lo stesso Cirillo perseguita Ebrei e novaziani (cristiani eretici), in cui monaci provenienti dal deserto entrano ad Alessandria e quasi uccidono il prefetto della provincia.

Siamo, infine, in un periodo in cui una confraternita cristiana dedita alla sepoltura dei morti insepolti, i parabolani, è divenuta una guardia armata del vescovo, dedita a violenze contro pagani, ebrei ed eretici, come quella operata per volere di Teofilo contro presunti eretici, i cosiddetti "lunghi fratelli", in realtà oppositori di Teofilo.

Inoltre, se guardiamo alla realtà alessandrina dell'epoca, gli scontri che coinvolsero Cirillo e i suoi avversari erano lotte per il potere secolare, non per la religione.

Uno dei maggiori oppositori di Cirillo fu infatti il prefetto augustale Oreste. Oreste era un cristiano, ma in quanto funzionario imperiale mal sopportava le continue ingerenze di Cirillo in materie di competenza civile (Zaccuri ha ragione quando parla di paragoni con la nostra epoca); in quanto funzionario imperiale, teneva rapporti con tutte le componenti etnico-religiose della città, cristiani, ebrei e pagani, e proprio per questo era in buoni termini con Ipazia.

Come raccontano fonti cristiane, furono monaci cristiani, provenienti dal deserto di Nitria, ad attentare alla vita di Oreste, che era visto come oppositore di Cirillo, ma la popolazione di Alessandria si schierò dalla parte del suo prefetto e impedì che fosse ucciso. Oreste fece torturare e uccidere il monaco che l'aveva ferito; Cirillo decise allora di farne un martire, Ammonio Thaumasius, ma i suoi fedeli sapevano che il monaco era morto per la sua aggressione e non per la sua fede, e Cirillo fece cadere la storia del martire.

Furono i parabolani, la guardia di Cirillo, a uccidere Ipazia, la donna che consideravano ostacolo alla riconciliazione tra Cirillo e Oreste. Racconta lo storico cristiano Socrate Scolastico (Storia ecclesiastica VII.15) che i parabolani:
dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brani del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria.
Zacconi termina:
D’accordo, l’intento di Amenábar sarà anche stato quello di mettere in guardia contro i fondamentalismi. Ma allora, petizione per petizione, non si potrebbe chiedere al regista di dedicare il suo prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan?
Devo dire che questa affermazione da parte di un giornalista che ha per referente l'organizzazione egemone in Italia, con ramificazioni praticamente in tutti gli àmbiti sociali, culturali e politici, mi fa sorridere per la sua ingenuità.

Da una persona come Zacconi, dopo la visione del film, mi sarei atteso due parole due sulla violenta e vile uccisione di Ipazia da parte del braccio armato che la sua Chiesa ha proclamato santo e Dottore della Chiesa.

Ecco l'anteprima italiana del film:


P.S.: a Zacconi che lamenta il fatto che la Chiesa sia dipinta come misogina, "dimenticandosi sempre della Vergine Maria", credo che abbia già risposto egregiamente il regista. Nel trailer si sente un personaggio (Cirillo?) che ripete una frase simile a questa:
Non permetto alla donna d'insegnare, né di usare autorità sul marito, ma ordino che stia in silenzio.
Zacconi le riconosce? Sono parole che i cristiani considerano ispirate, pronunciate da Paolo di Tarso (Prima lettera a Timoteo, 2:12). Parole che hanno segnato l'atteggiamento della Chiesa verso le donne per secoli.

giovedì 17 dicembre 2009

I presunti meriti del cristianesimo

E' diffusa la sensazione che il merito di molti progressi avvenuti nella vita degli uomini negli ultimi due millenni sia da attribuire al cristianesimo. Senza raggiungere eccessi, come quello di affermare che "L'origine della Scienza è nel Cristianesimo" (si noti l'uso delle maiuscole), si sostiene che indubbi progressi, come l'abolizione della schiavitù, l'emancipazione delle donne, la libertà di religione... insomma, i diritti oggi riconosciuti quali propri dell'essere umano, siano dovuti ad un cambiamento della morale causata dalla dottrina cristiana.

La mia opinione è che in molti casi si tratti di evoluzioni della sensibilità collettiva, alle quali la fede cristiana può avere dato semmai un contributo, ma che, ad un'analisi attenta, non sono mai stati causati da essa.

Naturalmente ogni volta che si prova ad argomentare una tesi del genere con degli integralisti cattolici, sia pure di un certo spessore intellettuale (ne ho fatto esperienza personale in una discussione su Ipazia con Roberto Manfredini), si viene accolti da un fuoco di sbarramento, messo lì a protezione di quella sensazione di superiorità morale del cristianesimo, grazie alla quale persone altrimenti ragionevoli possono credere in leggende semitiche di millenni fa.

Sono stato quindi contento di leggere il seguente scritto di Remo Cacitti, professore di Storia del cristianesimo antico e di Letteratura cristiana antica all'Università di Milano, compreso nel libro Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione, e che formula splendidamente la mia posizione in materia:
In termini generali, si tratta di valutare quale influenza abbia avuto il cristianesimo nella trasformazione della società. In particolare, se e come lo "spirito" cristiano sia servito a cambiare l'ordinamento giuridico o il costume sociale. Ci si può chiedere: quando il cristianesimo diventa religione di Stato, l'annuncio del vangelo aiuta a cambiare le leggi che riguardano la posizione della donna, la sessualità, la famiglia? O le norme che regolavano il rapporto con le altre religioni o la legittimazione della schiavitù? Favorisce, più a fondo, il mutamento della mentalità corrente?
[...]
Torno a Paolo facendo un altro esempio. Quando lo schiavo Onesimo si rifugia presso di lui, l'apostolo non esita a rimandarlo al suo padrone Filemone, limitandosi a raccomandargli un atteggiamento di mitezza e clemenza. Questo di Paolo non è certo un atteggiamento nuovo, gli stoici avevano già teorizzato esattamente le stesse cose.

lunedì 18 maggio 2009

Ipazia

Alejandro Amenábar, regista di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, ha presentato a Cannes il suo ultimo film, Agora. Parlo di questa produzione multimilionaria perché tocca due punti a me cari, la denuncia del fanatismo religioso e la tarda antichità.

La storia, infatti, è quella di Ipazia, un'astronoma e filosofa ellenistica del IV-V secolo, vissuta ad Alessandria d'Egitto in un'epoca che vide l'ascesa irresistibile della religione cristiana. I cristiani, dopo secoli di blande persecuzioni, divennero la religione dominante e spazzarono via l'antica religione romano-ellenistica e la cultura che questa portava con sé. L'Alessandria in cui visse Ipazia, commentatrice di Claudio Tolomeo e capo della scuola neoplatonica alessandrina, assistette alle violenze della minoranza cristiana, che giunsero alla distruzione dei templi pagani, tra cui il Serapeo, col sostegno dell'imperatore cristiano.

Ipazia, donna, scienziata, filosofa e pagana, era una figura di rilievo sulla scena culturale e politica alessandrina. Ma era schierata dalla parte più debole.
Nel marzo del 415, su ordine di san Cirillo di Alessandria, un gruppo di cristiani fanatici sorprese la filosofa mentre ritornava a casa, la tirò giù dalla lettiga, la trascinò nella chiesa costruita sul Cesareion e la uccise brutalmente, scorticandola fino alle ossa (secondo alcune fonti utilizzando ostrakois - letteralmente "gusci di ostriche", ma il termine era usato anche per indicare tegole o cocci), e trascinando i resti in un luogo detto Cinarion, dove furono bruciati. ("Ipazia", Wikipedia)
Quel che è evidente, almeno per me, è nessuna religione ha il diritto di ergersi a maestra di morale se permette questi scempi, giungendo poi a venerarne gli autori come "santi". Quando alcuni parlano di radici cristiane dell'Europa, dovrebbero rammentare la qualità di queste radici, e come avvelenano la nostra vita.

P.S.: (1) Se qualcuno dubita che ancora oggi la religione cristiana sia utilizzata per giustificare morte e distruzione, dia un'occhiata alla raccolta di copertine dei memoriali di Donald Rumsfeld per George W. Bush. (2) Su Youtube c'è il trailer di Agora: