Come molti altri cristiani, per lungo tempo ho avuto una frequentazione del Vangelo «per interposta persona». Certo, leggevo il Vangelo e lo meditavo, anche se devo ammettere che, da ragazzo, mi interessavano molto di più le storie narrate che le sottigliezze teologiche, ma per comprendere il «vero» significato del messaggio di Gesù, mi fidavo del mio sacerdote, delle sue interpretazioni.
In particolare, ricordo che ero affascinato dalla narrazione degli eventi della Passione di Gesù, di tutti quei momenti altamente drammatici e narrativamente coinvolgenti che vanno dall'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, a cavallo di un asino e tra le ali festanti, fino alla morte di Gesù e poi alla sua risurrezione. Mi piacevano anche le cerimonie cattoliche centrate su questi momenti: la Domenica delle Palme con la sua processione, le palme, i suoi canti; la lavanda dei piedi, cui una volta vi partecipai come uno dei «lavandi»; la Pasqua. Era in questi momenti che assimilavo gli eventi cruciali della vita terrena di Gesù, quasi per osmosi, durante la lettura dei vangeli.
Devo riconoscere, quindi, che fui non poco turbato quando lessi da qualche parte che le narrazioni evangeliche della morte di Gesù sono su alcuni punti assolutamente incompatibili: in anni, decenni di settimane pasquali con i relativi riti e le relative letture, non avevo mai sospettato una cosa del genere. Invece di andare a chiedere spiegazioni al mio sacerdote, cercai qualche informazione su Internet, e capitai su un sito che presentava tutta una serie di elucubrazioni sul calendario ebraico adottato a Gerusalemme e le sue differenze con quello di Qumran, e mi scrollai la questione di dosso, liquidandola con una delle solite speculazioni sul "mistero" dei Manoscritti del Mar Morto.
Anni dopo ho scoperto che realmente la narrazione della morte di Gesù nei sinottici (
Marco,
Matteo e
Luca) è incompatibile con quella in Giovanni. In questo post presenterò le differenze che riguardano il giorno della morte di Gesù, in relazione con la festività ebraica della
Pesach (la Pasqua ebraica). Come per i post precedenti, non presento riflessioni mie, ma argomentazioni note da secoli agli studiosi e che riprendo dai libri di Bart Ehrman (ma Giovanni Bazzana ha pubblicato oggi un
post sullo stesso argomento, di certo più «avanzato» del mio).
Pesach, la Pasqua ebraica
Nel mio immaginario, la storia della fuga degli Ebrei dall'Egitto sotto la guida di Mosè è legata alle magnifiche immagini del film I dieci comandamenti, con Charlton Heston nei panni di Mosè e Yul Brynner in quelli del Faraone.
La storia è famosissima, una delle più belle dell'Antico Testamento. Gli Ebrei sono in Egitto, dove vivono da secoli come schiavi degli Egiziani, e Dio manda Mosè a liberarli e a portarli nella Terra Promessa (l'Esodo). Dato che il Faraone non è certo contento di perdere la propria forza lavoro servile, e dato che Dio gli "indurisce il cuore" ripetutamente, Dio manda diverse piaghe per piegare la volontà del Faraone. Di queste piaghe l'ultima, quella decisiva per la liberazione degli Ebrei, è quella più tragica: la morte di tutti i primogeniti degli Egiziani (bellissima la scena in cui il figlio primogenito del Faraone muore, e Yul Brinner chiede inutilmente al dio egiziano di risuscitarlo).
Affinché la piaga non colpisca gli Ebrei, Dio dice a Mosè di ordinare agli Ebrei di sacrificare un agnello e di bagnare gli stipiti della porta di casa col suo sangue; ordina loro anche di mangiare in fretta il loro pasto serale. Quella notte, mentre gli Ebrei cenano, l'angelo di Dio attraversa l'Egitto uccidendo tutti i primogeniti; ma quando incontra case con gli stipiti bagnati di sangue, passa oltre. A seguito di questa pestilenza, il Faraone lascia liberi gli Ebrei di uscire dall'Egitto.