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mercoledì 21 novembre 2012

Una domanda agli anti-abortisti

Molti anti-abortisti scelgono di schierarsi contro l'aborto perché ritengono che un ovulo fertilizzato sia un essere umano e come tale l'aborto sia un omicidio. E per tale motivo ritengono che l'aborto dovrebbe essere proibito per legge.

Adam Lee, del blog Daylight Atheism, ha pubblicato una serie di domande per questi anti-abortisti, nell'articolo "Questions for Pro-Lifers". Non le riporto tutte, ma una di esse mi ha colpito particolarmente e la voglio riproporre, nella speranza che qualche lettore anti-abortista vi risponda.
Se vi va, rispondete a questa situazione puramente ipotetica. Scoppia un allarme anti-incendio in una clinica per la fertilità, e tu sei il vigile del fuoco che per primo entrare nell'edificio. In una sua ala è custodita una piastra di Petri con una mezza dozzina di embrioni congelati. Nell'altra c'è una bambina di cinque anni rannicchiata. Hai il tempo per salvare solo uno dei due. Quale sceglieresti e perché?
Adam Lee, "Questions for Pro-Lifers", Daylight Atheism, 21 novembre 2012.

mercoledì 14 novembre 2012

Irlanda, una donna muore perché i medici si sono rifiutati di farla abortire: "Questo è un paese cattolico", le hanno detto

Michael Nuget racconta l'assurda morte di una donna cui è stata negata l'interruzione di gravidanza che le avrebbe salvato la vita. E non si tratta di qualche paese retrogrado, ma dell'Irlanda:
Savita Praveen Halappanavar, una dentista di 31 anni che viveva a Galway, in Irlanda, era alla diciassettesima settimana di gravidanza quando si è recata allo University Hospital col mal di schiena, domenica 21 ottobre. I medici si sono subito accorti del pericolo di aborto, e che il feto non sarebbe potuto sopravvivere. Tuttavia, si sono rifiutati di rimuovere il feto, perché aveva ancora un battito cardiaco.
Savita ha trascorso tre giorni di dolore, a volte di agonia, mentre l'ospedale ha ignorato le sue ripetute richieste di una interruzione medica della gravidanza. Suo marito, l'ingegnere trentaquattrenne Praveen Halappanavar, afferma che è stato spiegato loro che «Questo è un paese cattolico».
Poiché la sua cervice è rimasta completamente aperta per tutto questo tempo, Savita è stata in prolungato pericolo di infezione, paragonabile a quello che si ha con una ferita aperta e non trattata alla testa. Savita ha poi sviluppato la setticemia, ed è morta domenica 28 ottobre, una settimana dopo l'ingresso in ospedale.
A quel punto i medici avevano già rimosso il feto, ma solo dopo che il suo battito cardiaco si era fermato. Se avessero tolto il feto quando era chiaro che non poteva sopravvivere, la cervice di Savita si sarebbe chiusa prima e lei avrebbe avuto meno probabilità di sviluppare l'infezione.
Rachel Donnelly, portavoce di attivisti pro-choice a Galway, dice: «È stata un'emergenza ostetrica che avrebbe dovuto essere trattata in un modo convenzionale. Eppure i medici irlandesi sono trattenuti dal fare ovvie decisioni mediche per paura di conseguenze potenzialmente gravi».
La situazione irlandese è riconducibile, secondo Nuget, all'unione di due cause: la presa dei dogmi cattolici e la codardia dei politici irlandesi.

Il 13 novembre, il vescovo di Killala, John Fleming, ha affermato:
Infatti, l'Irlanda, senza l'aborto, è riconosciuta come uno dei paesi più sicuri al mondo per essere una madre incinta. Questo è qualcosa di cui dovremmo essere fieri ed è un omaggio alle cure eccellenti fornite dal personale ospedaliero che tratta sia la madre che il bambino non ancora nato con pari dignità e rispetto come persone a pieno titolo. Chiaramente, se la vita della madre è in pericolo, a causa di malattia o di altre condizioni mediche, l'assistenza prestata dai medici farà in modo che riceva tutte le cure mediche necessarie.
Nuget fa notare come questo sia palesemente falso, e, aggiungo io, come sia incredibile che Fleming abbia il coraggio di dire che le donne in pericolo di vita ricevano "tutte le cure mediche necessarie", se queste cure prevedono esplicitamente che il feto non venga rimosso neppure in caso di pericolo di vita.

Il fondamento del punto di vista di Fleming è surreale, nota ancora Nuget; Fleming infatti afferma:
Per coloro che vedono la vita attraverso la lente della propria fede cristiana, i nostri corpi sono sacri; templi dello Spirito Santo, creati ad immagine di Dio e redenti attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo. Per i cristiani, i nostri corpi non sono nostri per farci ciò che vogliamo. I nostri corpi vengono da Dio, sono creati a immagine di Dio e sono destinati a vivere eternamente con lui in cielo. Questa è la nostra fede, e questo è ciò che ci distingue da coloro che non condividono la nostra fede.
Quella qui sopra è la foto di Savita. Questa donna è morta a 31 perché i medici si sono rifiutati di operare l'aborto che l'avrebbe salvata.

È morta perché Fleming crede che il suo corpo non appartenga a lui ma a "Dio", e, insieme ai medici dell'ospedale e ai cattolici irlandesi, ha imposto questa sua credenza a Savita.

Fleming è moralmente responsabile della morte di Savita. E chi lo sostiene è suo complice.

martedì 24 luglio 2012

Il primatista degli aborti

I dati non sono certi, per motivi legati alla difficoltà di registrare la fine di gravidanze che le donne non si accorgono neppure di aver iniziato, ma gli studi effettuati hanno registrato un mancato impianto del 30-50% degli ovuli fecondati; delle restanti gravidanza, il 10-20% termina in aborti spontanei.
Dunque fino al 60% delle gravidanze termina in un aborto spontaneo.

Questa statistica mi ha ricordato la posizione cristiana (cattolica) sull'aborto: per la Chiesa cattolica l'ovulo fecondato è una persona, e pertanto l'aborto corrisponde alla morte di una persona.

Prendiamo ora in considerazione il caso degli aborti spontanei nelle prime settimane, quel 30-50% degli ovuli fecondati che non riescono neppure ad impiantarsi: come giustifica un cattolico questa strage di esseri umani, strage che non ha nessuna causa antropica? Come giustifica un cattolico la scelta di Dio di non intervenire, di lasciar «morire» tutte queste «persone»?

La risposta consueta è quella che Dio opera per il bene, e che le sue decisioni sono per il meglio, anche se questo meglio ci è incomprensibile.

Eppure in questo caso è davvero difficile credere che vi sia una ragione plausibile per la quale sia indispensabile che tutte queste «persone» (sempre dal punto di vista cattolico) «muoiano»; con un tasso di circa 19 nati ogni 1000 abitanti, parliamo di quasi 66 milioni di «persone» (cioè ovuli non fecondati) che «morirebbero» (non si impiantano) ogni anno! A quale più alto bene Dio sacrificherebbe tutte queste vite?

Un Dio onnipotente e onnisciente che non interviene a salvare tutti quegli ovuli fecondati è definito dai suoi fedeli «infinitamente buono»; una donna che decide di abortire, invece, sarebbe un'assassina. Forse chi dispensa questi giudizi dovrebbe riflettere di più.

Aggiornamento 19 settembre 2012
Johnatan MS Pearce, autore dell'articolo cui mi sono ispirato per questo, ha cortesemente e concisamente riassunto la questione in un commento:
Se Dio ha delle ragioni per causare l'aborto naturale dei feti (cosa che deve avere, altrimenti sarebbe, per definizione, inutile), allora la moralità dell'atto di permettere a questi feti di morire deriva dalle sue conseguenze.
Allora la moralità di Dio (almeno in questo caso, e in tutti quelli simili, come per le alluvioni) non è intrinseca, ma deriva dalle conseguenze. Per tanto Dio è un consequenzialista morale.
Cosa che implica che sia difficile sostenere che la moralità sia fondata oggettivamente in Dio stesso.

Jonathan MS Pearce, «God loves abortion!», Debunking Christianity, 30 maggio 2012.

domenica 19 giugno 2011

Per i cristiani statunitensi è lecito non seguire la Chiesa sui «valori fondamentali»

La maggioranza dei cristiani statunitensi ritiene che sia possibile dissentire dalla Chiesa sui «valori fondamentali»; in particolare, il 72% afferma che è possibile farlo in materia di aborto, mentre il 63% non crede ci siano problemi a ignorare il magistero ecclesiale in materia di omosessualità. Per di più, i cristiani statunitensi si sentono a disagio quando le gerarchie ecclesiastiche dettano la linea ai politici, in particolare nel caso dei politici cattolici del Partito Democratico.

Al contempo, i cristiani statunitensi ritengono che queste deviazioni dalla dottrina non portino all'esclusione dalla comunità ecclesiale. Una minoranza consistente ritiene persino che l'aborto non sia da considerarsi un peccato.

Si tratta del risultato di un'indagine del Public Religion Research Institute, secondo la quale questo atteggiamento è diffuso trasversalmente per tutto lo spettro delle denominazioni cristiane, dai cattolici agli evangelici. In particolare, i cattolici statunitensi seguono l'opinione del resto dei cristiani in materia di aborto e sono addirittura più liberali per quanto riguarda l'omosessualità.

Adelle M. Banks, «Most Americans Disagree With Church Teaching On Homosexuality, Abortion», Huffington Post, 10 giugno 2011.

lunedì 30 maggio 2011

«L'aborto mi ha salvato la vita»: perché l'obiezione di coscienza è un diritto sulla pelle delle donne

Qualche tempo fa avevo dato la notizia della suora scomunicata per aver salvato la vita di una donna autorizzando un aborto. Sempre dagli Stati Uniti arriva questa testimonianza di una donna che ha rischiato seriamente di morire perché i medici di guardia al pronto soccorso erano tutti obiettori di coscienza.

Quale tipo di coscienza possano avere queste persone, però, resta un mistero.

La testimonianza

La signora è madre di due figli, e ha avuto altre due gravidanze non andate a buon fine.

La notizia della quinta gravidanza arriva inattesa, in quanto sono assenti tutti i normali indicatori; la ginecologa l'avverte che si tratta di una gravidanza a forte rischio, con una certa possibilità che non si concluda positivamente. La signora e il marito discutono della possibilità di interromperla, ma decidono di provare non di meno a portarla a termine, malgrado sanguinamenti intermittenti.

venerdì 31 dicembre 2010

La Chiesa cattolica non permette l'aborto neppure per salvare la vita della donna

A commento del mio post «Suora scomunicata per aver salvato una vita"» Fabrizio ha scritto un post nel suo blog, «Il Caso McBridge». La posizione di Fabrizio è che nella morale cattolica esistano "zone grigie", casi per i quali la Chiesa non fornisce risposte dirette ma che sono lasciati alla coscienza dei fedeli; che nel caso della suora e dell'ospedale, la loro colpa sarebbe stata quella di affermare che quella interruzione di gravidanza era invece apertamente compatibile con la dottrina cattolica; che, infine, i medici avrebbero potuto riconoscere di essere nella zona grigia, praticare l'aborto e rimettersi con umiltà al giudizio del vescovo, invece di ribellarsi affermando di avere ragione nella loro interpretazione.

La posizione sostenuta da Fabrizio è fattualmente sbagliata, in quanto non combacia con quello che sostiene la dottrina cattolica; è anche moralmente incompatibile con una religione rivelata.

giovedì 30 dicembre 2010

Suora scomunicata per aver salvato una vita

Margaret McBride è una suora cattolica statunitense con un diploma in infermeria. O meglio, era una suora, dato che è stata scomunicata per aver salvato una vita.

McBride faceva parte del comitato etico del St. Josep's Hospital di Phoenix, un ospedale che aderisce ad un codice etico cattolico. Nel novembre 2009, tale comitato etico fu consultato per il caso di una donna di 27 anni, madre di quattro figli e incinta di undici settimane; la donna soffriva di ipertensione polmonare e i medici ritenevano che le probabilità che morisse fossero "vicine al 100%". In considerazione di ciò, il comitato etico, incluso McBride, diedero il loro assenso affinché fosse praticato un aborto indotto, a seguito del quale la donna sopravvisse.

Il vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, si fece confermare dalla suora la sua condivisione della decisione del comitato etico, e a seguito di ciò le comunicò che era scomunicata lata sententiae, cioè immediatamente a seguito della sua decisione. Quella che aveva salvato la vita della madre.

venerdì 22 ottobre 2010

Sulla dottrina vaticana riguardo i diritti degli embrioni

non sequitur
Fabrizio scrive, commentando la posizione della Chiesa sullo status dell'embrione e sull'aborto:
Mi pare ovvio che il Magistero parta da consideraioni dottrinali e di fede: su cosa vuoi che si basi? Il punto è proprio questo: non è la fede o la ragione ma è la fede e la ragione insieme formano la proposta della Chiesa: per questo essa pensa che tale visione sia accessibile a tutti, credenti e non. Altrimenti non avrebbe senso proporla. Tanto è vero che nei documenti citati si parla anche di evidenze scientifiche.
Bene, analizziamo queste evidenze scientifiche, che secondo Fabrizio accompagnerebbero la fede in questa decisione.

lunedì 19 aprile 2010

I medici obiettori e la RU486


L'obiezione di coscienza dei medici contro l'aborto è nata per dare la possibilità ai medici laureatisi prima dell'introduzione dell'aborto in Italia di continuare a lavorare nelle strutture pubbliche.

Con gli anni, però, questa esenzione temporanea è assurta a sabotaggio della legge sull'aborto. Visto che non si riesce a convincere il popolo italiano ad abolire la legge, i "poteri occulti" (li chiamo così per non scrivere sempre lo stesso nome) ha compreso di poter seguire un'altra strada. Per sabotare la legge basta impedire che sia applicata, e l'obiezione di coscienza è il grimaldello con cui scassinarla.

Basta infatti che negli ospedali vi siano alte percentuali di medici obiettori. La legge infatti impone che alcuni turni siano coperti da medici non obiettori. Se questi sono la minoranza, cosa che accade in tutte le regioni italiane, i pochi medici non obiettori dovranno coprire questi turni, ricevendone svantaggi per la carriera. Infatti i pochi non obiettori dovranno occuparsi primariamente di aborti, con grave danno per la propria carriera, mentre i medici obiettori, che non hanno alcuna penalizzazione per il loro rifiuto di fornire queste prestazioni, saranno ovviamente avvantaggiati. Si noti anche che, a differenza di altre situazioni di obiezione di coscienza, in questo caso gli obiettori non hanno alcuno svantaggio. Il rifiuto di compiere il proprio lavoro non comporta nessuna limitazione nella carriera, decurtazione dello stipendio, o altro svantaggio professionale.

Il risultato? Le donne che intendono abortire sono sottoposte a ingiuste vessazioni, come quelle raccontate da Monica Micheli su Gli Altri, nell'articolo «"Abortirai con dolore". Le mie 100 ore di strazio tra leggi e obiettori».

Trovo questo racconto agghiacciante. Credo che di fronte a questo periplo si debba alzare la voce, e affermare chiaramente che tra il diritto all'obiezione del medico e quello del cittadino a ricevere una prestazione cui ha diritto, debba prevalere il secondo. Se i due diritti sono incompatibili, la soluzione è quella di non assumere medici obiettori di coscienza: che vadano ad esercitare nelle strutture private.

Questa visione dell'obiezione di coscienza come strumento per disinnescare la legge sull'aborto, o quantomeno per indebolirne gli effetti, è la chiave di lettura per l'opposizione alla pillola RU486. Lo spiega Pietro Sansonetti nell'articolo «L'obiezione dei ginecologi è un privilegio pagato dalle donne», sempre da Gli Altri:
La pillola RU, rendendo assai più semplice e meno invasiva l’interruzione della gravidanza, e riducendo di dieci volte la necessità di impegno diretto dei medici, è come se riducesse di 10 volte l’impatto di potere degli obiettori sulla struttura ospedaliera. E liberasse i medici non obiettori da un bel pezzo del loro giogo. Per questo è vista come uno strumento di potere – cioè, di smantellamento del potere – pericolosissimo, per i medici obiettori, per i politici che li proteggono, per la Chiesa, per le idee antiabortiste.
L'aborto è un momento drammatico che non viene mai preso alla leggera. Mettere sotto pressione la donna che decide di procedere all'interruzione della gravidanza introducendo difficoltà pratiche in un percorso già difficile psicologicamente è un gesto disumano e meschino. Ben venga la pillola RU486, allora.

Questo post è stato ispirato dal post «Una minaccia per gli obiettori», di Giuseppe Regalzi, dal blog Bioetiche.

L'immagine è «obiezione di coscienza?», di Mihai Romanciuc.

venerdì 12 marzo 2010

Pedofili, penitenze e aborti


Non è possibile dare un giudizio totalmente negativo delle realtà religiose, in particolare, per chi vive in Italia, della Chiesa cattolica. Ci sono molti àmbiti in cui le opere di religiosi e laici cattolici sono encomiabili e sostenibili, vi sono molti cattolici che, in virtù della loro fede, operano per il bene del prossimo.

Certo ci sono le mele marce, i comportamenti discutibili, ma se per avere un Luigi Ciotti dobbiamo prenderci nel pacco pure un Livio Fanzaga non ci possiamo lamentare troppo, ci abbiamo guadagnato (anche se lo scambio non ci proibisce né ci esime dal criticare i comportamenti inappropriati e le ingerenze).

Quello che suona più strano è il contrasto tra la pretesa autorità morale della Chiesa, e dei vertici della gerarchia ecclesiastica, e le posizioni talvolta poco condivisibili e contrarie alla morale comune che la Chiesa e i suoi esponenti assumono.

In questi giorni, nel Palazzo della Cancelleria a Roma si sta tenendo un corso sulla penitenza per 600 sacerdoti. In questa occasione, il Reggente della Penitenzieria, Gianfranco Girotti, oltre a fornire una lista dei "sette peccati sociali", ha reso alcune dichiarazioni contrarie alla morale comune. In un'intervista a Il Messaggero, «Monsignor Girotti: più facile assolvere un pedofilo pentito che una donna che ha abortito», ha detto:

E per quanto riguarda la pedofilia come si deve comportare un confessore che raccoglie la confessione di un pedofilo? Che consigli fornite?
«Un penitente che si è macchiato di un delitto simile, se è è pentito sinceramente, lo si assolve. E’ chiaro che dinnanzi a casi di persone consacrate soggette a disordini morali costanti e gravi (sottolineo, costanti e gravi) il confessore dopo aver, senza successo messo in atto tutti i tentativi per ottenere l’assoluzione consiglierà di abbandonare la vita ecclesiastica».

Come si vede, il "penitenziere capo" della Chiesa cattolica afferma che i confessori debbano mettere in atto tutti i tentativi per ottenere l'assoluzione del prete pedofilo, e solo se i disordini fossero costanti e gravi, il confessore deve consigliare l'allontanamento dalla vita ecclesiastica.

In altre parole, casi come il vergognoso spostamento di parrocchia in parrocchia del prete pedofilo John Geogan, andato avanti per anni col consenso delle gerarchie della diocesi di Boston - in primis il cardinale Bernard Law - che erano a conoscenza dei continui abusi di Geogan sui bambini delle sue parrocchie, non sono stati aberrazioni casuali, ma sono il risultato dell'applicazione della dottrina penitenziale cattolica.

Una persona normale, infatti, andrebbe di filato a denunciare il pedofilo alle autorità competenti, polizia e/o asl; e infatti la giornalista, Franca Giansoldati, chiede subito a Girotti:

Ma il confessore può andare dall’autorità giudiziaria e denunciarlo?
«Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale. Una cosa gravissima. Se lo facesse il confessore incorrerebbe nella scomunica ipso facto, immediata. E poi verrebbe meno pure la fiducia sacramentale che è una disciplina molto rigida da sempre. [...]».

Ma certo! Ci saranno dei bambini abusati per anni da gente come Geogan, ma almeno avremo preservato il "sigillo" e la "fiducia sacramentale"!

Di fronte a questa aberrante moralità, che tratta in maniera lassista reati come l'abuso sui minori e disordini mentali come la pedofilia, una persona comune nota il diverso trattamento riservato ad altri "peccati", che sono comportamenti invece legali. La giornalista infatti chiede:

Perché i confessori possono assolvere direttamente un omicidio o anche un abuso sessuale ma non possono assolvere una donna che ha abortito se non prima di avere ottenuto dal vescovo una dispensa speciale?
«L'aborto viene considerato un peccato riservato, diciamo speciale. Oltre all'aborto vi è la violazione del sigillo sacramentale, l'assoluzione di un complice e la profanazione dell'eucarestia.»

Quindi Girotti conferma che abortire è un atto così grave da richiedere la dispensa vescovile per avere l'assoluzione; di contro, se si indossa una tonaca e si abusa sessualmente di bambini, il vescovo al più ci fa fare il giro delle parrocchie. Bella morale, questa.

Alla fine della risposta precedente, Girotti chiosa:

«Nel caso specifico è chiaro che la Chiesa vuole tutelare al massimo la vita della persona più debole, più fragile, e cosa c'è di più inerme di una vita che è in divenire e non è ancora nata?»

Per me, caro Girotti, ci sono i tanti bambini che per decenni sono stati costretti a subire gli abusi sessuali di sacerdoti; per te, evidentemente, di più importante da preservare c'è la "fiducia sacramentale"!

Nella foto, Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria vaticana. Tra gli articoli correlati a questo, segnalo due post dal blog di Antonio Lombatti, autore anche di un interessante post sull'origine del celibato dei preti.